Archivi categoria: Divorzio e separazione

Ipoteca legale degli artigiani nel caso di lavori su più fondi: necessità di chiedere un pegno parziale per ogni singolo immobile anche se lavoro effettuato sulla base di un unico contratto.

Il privilegio degli artigiani e imprenditori può sussistere unicamente per prestazioni eseguite su uno specifico immobile in relazione a un concreto progetto di costruzione (DTF 136 III 6 consid. 6 in fine; I CCA, sentenza inc. 11.2014.98 del 10 ottobre 2016, consid. 5).

Nel caso di lavori su più immobili, l’ipoteca legale dev’essere chiesta sotto forma di pegno parziale gravante ogni singolo immobile per la frazione del credito di cui il proprietario risponde (art. 798 cpv. 2 CC), e ciò a prescindere dal fatto che l’artigiano o l’imprenditore abbia compiuto il lavoro sulla base di uno o più contratti.

E’ compito dell’artigiano redigere un conteggio separato per ogni fondo e fatturare i lavori separatamente, tanto riguardo all’ammontare del credito quanto all’ammontare della relativa garanzia.

Di conseguenza, per principio, l’artigiano o l’imprenditore non può suddividere il costo del proprio intervento in modo astratto tra la superficie di diversi fondi, né ripartire l’insieme delle sue prestazioni secondo la volumetria di eventuali costruzioni, ma deve specificare quali prestazioni (materiali e lavoro, o lavoro soltanto) sono stati eseguiti per un determinato fondo e a quale prezzo.

La pattuizione di costi globali o forfettari non lo esonera da tale obbligo (sentenza del Tribu­nale federale 5A_924/2014 del 7 mag­gio 2015, consid. 4.1.3.1 con rinvii). E non spetta al giudice suddividere per apprezzamento una pretesa indeterminata su più fondi (ZBGR/RNRF 2011 pag. 217).

Ove l’artigiano o l’imprenditore che chiede l’iscrizione di un’ipoteca legale abbia fornito prestazioni riguardanti più proprietà per piani, incombe di conseguenza a lui suddividere l’importo totale fra le varie unità secondo i lavori effettivamente eseguiti in ciascuna di esse (RtiD I-2011 pag. 670 consid. 8).

Solo trattandosi di prestazioni svolte su parti comuni è lecito ripartirne il costo complessivo, data l’impossibilità di un’altra suddivisione, secondo i millesimi di ogni singola unità (Rep. 1986 pag. 81, 1985 pag. 306 consid. 2; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2007.133 del 27 aprile 2011, consid. 8 con richiami).

Diritto di determinare il luogo di dimora del figlio – trasferimento del figlio – Autorizzazione al trasferimento – obbligo di rientro in Ticino in caso di trasferimento in Svizzera interna senza l’autorizzazione?

Secondo l’art. 301a cpv. 1 CC, l’autorità parentale include ora anche il diritto di determinare il luogo di dimora del figlio. Diversamente dal vecchio diritto, secondo cui il diritto di determinare il luogo di residenza del figlio era incluso nel diritto di custodia (cfr. DTF 136 III 353), tale diritto rientra oggi nelle prerogative dell’autorità parentale.

Quando i i genitori esercitano l’autorità parentale congiuntamente, ciò che dal 2014 è la regola anche dopo il divorzio, un genitore può modificare il luogo di dimora del figlio solamente con il consenso dell’altro genitore oppure per decisione del giudice o dell’autorità di protezione dei minori, se il nuovo luogo di dimora si trovi all’estero o qualora la modifica del luogo di dimora abbia ripercussioni rilevanti sull’esercizio dell’autorità parentale da parte dell’altro genitore e sulle relazioni personali (art. 301a cpv. 2, let. a e b CC).

Nei casi di trasferimento all’interno della Svizzera, il consenso dell’altro genitore o l’autorizzazione del giudice/dell’autorità di protezione è necessario solo se il cambiamento di dimora del figlio ha ripercussioni rilevanti sull’autorità parentale o sulle relazioni personali (DTF 142 III 502, consid. 2.4.2).

Nei casi in cui un genitore detiene l’autorità parentale esclusiva, deve informare tempestivamente l’altro genitore se intende modificare il luogo di dimora del figlio (cpv. 3).

Se necessario, i genitori si accordano, conformemente al bene del figlio, in merito a una modifica dell’autorità parentale, della custodia, delle relazioni personali e del contributo di mantenimento; se non raggiungono un accordo, decide il giudice o l’autorità di protezione dei minori (cpv. 5).

In base alla giurisprudenza del Tribunale federale, il trasferimento eseguito all’interno della Svizzera senza la necessaria autorizzazione non comporta alcuna sanzione civile diretta.

In effetti, la possibilità di postulare un ritorno forzato del minore non è contemplata dalla legge, diversamente da quanto previsto nei casi internazionali dalla Convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980 sugli aspetti civili del rapimento internazionale di minori (CArap, RS 0.211.230.02; vedi DTF 144 III 10 consid. 5; Meier/Stettler, Droit de la filiation, 6ª ed., Ginevra-Losanna 2019, n. 1142 pag.757-758; Affolter-Fringeli/Vogel, in: BK – Berner Kommentar, Berna 2016, ad art. 301a CC n. 49; Schwenzer/Cottier, in: BaKomm – Basler Kommentar ZGB I, Basilea 2014, ad art. 301a CC n. 16 e 18; Dell’Oro, Il diritto di determinare il luogo di dimora del figlio: l’art. 301a CC alla luce della giurisprudenza recente, in: RTiD I-2018, pag. 842, nota 56 e pag. 849).

Di conseguenza, dopo la partenza della minore, l’Autorità di protezione non è infatti più abilitata ad ordinare il rientro della figlia in Ticino, né tantomeno ad imporre alla madre un domicilio nel nostro cantone sulla scorta dell’art. 301a CC.

Ciò vale anche nell’ipotesi in cui il genitore che detiene la custodia abbia intenzionalmente trasferito il domicilio del figlio in maniera illecita, senza volutamente chiedere autorizzazione alcuna all’Autorità di protezione e con l’intento di allontanare il figlio dall’altro genitore contitolare dell’autorità parentale.

In altri termini, una partenza illecita ai sensi dell’art. 301a cpv. 2 CC, entro i confini svizzeri, non comporta la possibilità per l’altro genitore di annullare il trasferimento già effettuato.

Il rientro del minore potrebbe tuttalpiù giustificarsi quale provvedimento ex art. 307 cpv. 3 CC o art. 310 CC, ma solo se tale trasferimento configurasse una seria minaccia del bene del figlio (STF 144 III 10 consid. 6), ciò che in concreto non è neppure mai stato seriamente ipotizzato dal padre.

Diritto del lavoro: obbligo di versamento della gratifica

In merito al tema del versamento di una gratifica, occorre in primo luogo osservare che ogni retribuzione straordinaria, in aggiunta al salario, versata al lavoratore in determinate occasioni che possono essere ricorrenti – come Natale, Capodanno – o uniche, come un giubileo dell’azienda, un compleanno particolare del datore di lavoro o del lavoratore, è considerata una gratifica ai sensi dell’art. 322d CO.

La gratifica può essere pattuita (rispettivamente può costituire un uso ricorrente da parte del datore di lavoro) e quindi rivestire carattere obbligatorio, o essere facoltativa.

Se la gratifica è facoltativa, non sussiste alcun diritto del lavoratore al sup versamento.

In ogni caso, se il datore di lavoro promette una gratifica è tenuto a versarla, a meno che il lavoratore violi gravemente i suoi obblighi contrattuali, ciò che può giustificare una riduzione o persino una soppressione (DTF 136 III 313 consid. da 2.1 a 2.3; Aubert in: Commentaire romand, CO I, 2ª edizione, n. 6 ad art. 322d).

Esigenze di motivazione dell’appello: le contestazioni di carattere pecuniario vanno sempre cifrate

Per quanto attiene alle esigenze di motivazione dell‘appello, occorre ricordare che le contestazioni a carattere pecuniario vanno sempre cifrate. È quindi irricevibile un appello in cui viene richiesta una riduzione del contributo di mantenimento fissato dal Pretore che non indica l‘ammontare della riduzione richiesta.

Per questo motivo, in una sentenza dello scorso 17 maggio 2019 il Tribunale d’appello ha giudicato irricevibile un appello con il quale veniva chiesta una riduzione del contributo di mantenimento indicando che contributo “deve essere rivalutato in considerazione della capacità finanziaria del sottoscritto di poter far fronte al pagamento senza nessuna entrata a livello di reddito professionale”.

Infatti, così formulata, la richiesta è inammissibile. Si evidenzia anche che l‘esigenza di cifrare le contestazioni pena la irricevibiltà (DTF 137 III 617) vale anche nel caso in cui il giudice non è vincolato alle conclusioni delle parti (DTF 137 III 621 consid. 4.5.4; RtiD I-2014 pag. 805 consid. 3d). Certo, una richiesta indeterminata può rivelarsi ricevibile se dalla motivazione addotta dal richiedente, eventualmente in combinazione con la sentenza impugnata, si evince con chiarezza quale sia l’ammontare della somma in questione (DTF 137 III 621 consid. 6.2 con riferimenti; sentenza del Tribunale federale 5A_165/2016 dell’11 ottobre 2016 consid. 3.4.2). 

Nel caso specifico dall’appello giudicato, l’entità del contributo alimentare proposto in riforma della decisione impugnata non si evinceva dalla richiesta di giudizio, né la cifra era intuibile dagli atti. pertanto, carente di requisiti formali, l’appello non adempiva i presupposti dell’art. 311 cpv. 1 CPC e non poteva essere vagliato oltre.

Si aggiunga che ove la situazione economica di un genitore sia cambiata in modo ragguardevole e duraturo rispetto al momento in cui il contributo è stato fissato, egli può sempre chiedere la modifica dei contributi alimentari a suo carico (art. 134 cpv. 2 e 286 cpv. 2 CC).

Disdetta dell‘abitaZione familiare

La legge contiene diverse norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

In particolare, un coniuge non può, senza l’esplicito consenso dell’altro, disdire un contratto di locazione, vendere la casa o l’appartamento familiare.

Ciò anche se è l‘unico intestatario del contratto di locazione, rispettivamente il proprietario dell‘immobile.

Visto l‘importanza dell‘abitazione familiare, è chiaramente positivo che vi siano norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

Secondo l’art. 273a CO, quando la cosa affittata funge da abitazione di famiglia, il coniuge non inquilino può anche opporsi alla disdetta agendo da solo contro il locatore. Questa disposizione non è però applicabile per analogia quando i coniugi sono entrambi inquilini. In questo caso, essi costituiscono una consorzio necessario e devono pertanto agire insieme contro la disdetta (articoli 271 e 271a CO).

Quando solo un coniuge intende contestare la disdetta, esso deve agire sia contro il locatore che contro il coniuge che non intende opporsi alla disdetta. Se non lo fa, gli viene negata la legittimazione attiva.

In una sentenza recentissima del 31 luglio 2019, il Tribunale federale ha deciso che in quel caso concreto la locatrice che invoca l’assenza di legittimazione attiva quando intendeva disdire il contratto di locazione solo nei confronti dell’inquilino che aveva contestato la disdetta, viola l’art. 2 al. 2 CC sul divieto di abuso di diritto.

Diritti di visita: limitazione in caso di tensioni tra i genitori?

Il fatto che i rapporti fra i genitori possano essere anche gravemente deteriorati, non basta per limitare i diritti di visita ai figli.

Se in una procedura a tutela dell’unione coniugale le parti hanno figli minorenni, il giudice prende le misure necessarie secondo le disposizioni sugli effetti della filiazione (art. 176 cpv. 3 CC). Il genitore non affidatario ha così il diritto di mantenere con il figlio le relazioni personali indicate dalle circostanze (art. 273 cpv. 1 CC).

Tale diritto va definito secondo il bene del figlio alla luce delle circostanze concrete (DTF 131 III 212 consid. 5; sentenza del Tribunale federale 5A_618/2017 del 2 febbraio 2018 consid. 4.2; analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2015.17 del 29 dicembre 2016 consid. 4a).

Esso può essere limitato, negato o revocato se nuoce al bene del minorenne, se i genitori se ne avvalgono in violazione dei loro doveri o non si curano seriamente del figlio, ovvero per altri gravi motivi (art. 274 cpv. 2 CC).

Il bene del figlio è pregiudicato qualora il comportamento del genitore non affidatario metta a repentaglio – o concorra a mettere a repentaglio – lo sviluppo fisico, psichico o morale del minorenne (DTF 122 III 407 consid. 3b; più recentemente: sentenza del Tribunale federale 5A_53/2017 del 23 marzo 2017 consid. 5.1).

Una limitazione delle relazioni personali deve rispondere in ogni modo al principio della proporzionalità.

Una restrizione durevole non si giustifica, quindi, per i soli conflitti che oppongono i genitori, tanto meno se i rapporti del genitore non affidatario con il figlio sono buoni (DTF 131 III 211 consid. 4; sentenza del Tribunale federale 5A_295/2017 del 9 novembre 2017 consid. 4.2.4).

Una soppressione, poi, entra in linea di conto solo come ultima ratio, qualora agli effetti negativi di un diritto di visita non possa ovviarsi altrimenti (DTF 122 III 407 consid. 3b, sentenza del Tribunale federale 5A_618/2017 del 2 febbraio 2018 consid. 4.2).

Diritto di visita e volontà del figlio

Le separazioni e i divorzi comportano una riorganizzazione della vita della famiglia, nell’ambito della quale occorre, tra le altre cose, regolamentare le relazioni personali.

Secondo l’art. 273 cpv. 1 CC, il genitore non affidatario e il figlio minorenne hanno il vicendevole diritto di conservare le relazioni personali indicate dalle circostanze.

La disciplina di questo diritto va definita secondo il bene del figlio, alla luce delle circostanze concrete (DTF 131 III 212 consid. 5; sentenza del Tribunale federale 5A_493/2018 del 5 novembre 2018 consid. 6.1.2; analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2016.118 del 27 aprile 2018 consid. 5a).

L’art. 274 cpv. 2 CC prevede che il diritto di visita può essere limitato, negato o revocato se nuoce al bene del minorenne, se i genitori se ne avvalgono in violazione dei loro doveri o non si curano seriamente del figlio, ovvero per altri gravi motivi.

Il bene del figlio è pregiudicato qualora il comportamento del genitore non affidatario metta a repentaglio – o concorra a mettere a repentaglio – lo sviluppo fisico, psichico o morale del minorenne (DTF 122 III 407 consid. 3b; più recentemente: sentenza del Tribunale federale 5A_875/2017 del 6 novembre 2018 consid. 3.3 con rinvii).

Una limitazione delle relazioni personali deve rispondere in ogni modo al principio della proporzionalità.

In particolare, va osservato che una restrizione durevole non si giustifica, quindi, per i soli conflitti che oppongono i genitori, tanto meno se i rapporti del genitore non affidatario con il figlio sono buoni (DTF 131 III 211 consid. 4; sentenza del Tribunale federale 5A_295/2017 del 9 novembre 2017 consid. 4.2.4).

Una soppressione, poi, entra in linea di conto solo come ultima ratio, qualora agli effetti negativi di un diritto di visita non possa ovviarsi altrimenti (DTF 122 III 407 consid. 3b, sentenza del Tribunale federale 5A_478/2018 del 10 agosto 2018 consid. 5.2.1; I CCA, sentenza inc. 11.2016.118 del 27 aprile 2018 consid. 5a).

L’autorità chiamata a decidere dispone al riguardo di un ampio potere di approvazione quando si tratta di pianificare il diritto ai contatti, ma tale regolamentazione deve basarsi sulle circostanze del caso concreto.

Prima di regolamentare il diritto di visita è consigliabile chiedere al figlio la sua opinione. Tale diritto deriva direttamente dalla sua personalità.

Secondo la giurisprudenza della Corte federale, un bambino deve essere sottoposto a un’audizione al più tardi da sei anni. Secondo la dottrina dominante, tale audizione deve invece aver luogo a partire dai tre anni.

Più il figlio esprime la sua volontà in modo autonomo e costante e più si dimostra certo nelle sue dichiarazioni, ciò che è in linea di principio legato alla maturità e all’età del figlio, più l’autorità deve tener conto di questa volontà.

La giurisprudenza del Tribunale federale indica che i figli dall’età di dodici anni devono godere di un ampio diritto di codecisione.

Come ricordato anche in una recentissima sentenza del Tribunale d’appello (del 27 febbraio 2019), indubbiamente, infatti, la volontà del minore è un criterio per decidere in merito alle relazioni personali. Comunque, l’opinione non è da sé sola determinante, né la disciplina delle relazioni personali può dipendere unicamente dalla volontà del figlio. Decisivo resta pur sempre il bene del ragazzo, correttamente inteso (DTF 127 III 298 consid. 4a in fine; sentenza del Tribunale federale 5A_875/2017 del 6 novembre 2018, consid. 3.3 con rinvii).

Va in particolare osservato che, secondo giurisprudenza, i desideri del figlio vanno tanto più considerati quanto più, vista l’età e lo sviluppo, egli riesca a formarsi una volontà autonoma a dispetto delle influenze esterne, ciò che avviene di regola attorno ai dodici anni. Nel caso che un minorenne assume un’attitudine difensiva nei confronti del genitore non affidatario, occorre chiarirne le ragioni e accertare se il diritto di visita rischi realmente di recargli pregiudizio (sentenza del Tribunale federale 5A_875/2017 del 6 novembre 2018, consid. 3.3 con rinvii). Quando però, capace di discernimento, oppone una strenua e ripetuta resistenza agli incontri, conviene rinunciare all’uso della forza.

Il bene del figlio non può essere perseguito infatti attraverso la suggestione né la coartazione (sentenza del Tribunale federale 5A_369/2018 del 14 agosto 2018, consid. 5.1 con rinvii; I CCA, sentenza inc. 11.2007.140 del 1° marzo 2011, consid. 10).

Divorzio: scioglimento della comproprietà con diritto di abitazione

Spesso, nell’ambito del divorzio, i coniugi non trovano un accordo in merito allo scioglimento della comproprietà relativamente alla casa d’abitazione.

In una recente sentenza del 14 novembre 2018, il Tribunale d’appello ha ricordato che per legge ogni comproprietario ha il diritto di chiedere la cessazione di una comproprietà, “a meno che ciò non sia escluso dal negozio giuridico, dalla suddivisione in proprietà per piani o dal fine a cui la cosa è durevolmente destinata” (art. 650 cpv. 1 CC).

Lo scioglimento, comunque, non può essere chiesto intempestivamente (art. 650 cpv. 3 CC).

Va considerata intempestiva è una richiesta che comporta oneri eccessivi o svantaggi considerevoli per gli altri comproprietari o alcuni di essi.

L’intempestività deve però risultare da fatti e circo­stanze oggettive, in rapporto con il bene da dividere, e non riferirsi a peculiarità di un comproprietario.

Giustificazioni soggettive di uno di loro (come ad esempio la volontà di rimanere nell’abitazione coniugale con i figli fino al termine della loro formazione) possono semmai sostenere la tesi dell’interesse preponderante nel senso dell’art. 205 cpv. 2 CC, non invece l’opposizione allo scioglimento della comproprietà.

Se una richiesta è intempestiva o meno, è una questione che il giudice deve decidere secondo libero apprezzamento, tenendo conto degli interessi dei comproprietari coinvolti.

Comunque sia, l’intempestività non può, ad ogni modo, impedire durevolmente lo scioglimento di una comproprietà (RtiD II-2008 pag. 652 n. 28c: I CCA, 
sentenza inc. 11.2013.12 del 5 maggio 2015, consid. 5).

Il diritto di esigere lo scioglimento di una comproprietà sussiste – per principio – anche tra coniugi, riservata la norma a protezione dell’abitazione familiare (art. 169 CC).

Al riguardo, il Tribunale d’appello ha già avuto modo di ricordare che per apprezzare se in casi del genere un coniuge si oppone legittimamente allo scioglimento (temporaneo) della comproprietà chiesto dall’altro, il giudice deve ponderare gli interessi, valutando quelli personali dell’istante, quelli personali dell’altro coniuge e quelli della famiglia nel suo insieme. 
(v. RtiD I-2014 pag. 761 consid. 4, II-2009 pag. 652 consid. 6; I CCA, sentenza inc. 11.2013.42 del 5 maggio 2015, consid. 5).