Mantenimento dei figli e della moglie

Nelle procedure a tutela dell’unione coniugale, ossia nelle procedure per la regolamentazione della vita separata, le richieste di mantenimento dell’altro coniuge e dei figli minori sono giuridicamente indipendenti, come espressamente previsto dalla legge.

Il mantenimento dei figli è soggetto al principio inquisitorio illimitato, mentre il mantenimento tra coniugi è soggetto al principio dispositivo.

In una sentenza pubblicata del Tribunale federale, la Corte federale ha comunque giudicato che non era arbitraria una decisione del Tribunale d’appello, che aveva ridotto il contributo per il mantenimento dei figli e aveva previsto che l’importo pari alla diminuzione del contributo per i figli andasse destinato alla moglie moglie, nonostante il fatto che quest’ultima non aveva presentato ricorso contro la decisione del tribunale di primo grado di non assegnarle alimenti.

La decisione del Tribunale federale, che ha ritenuto che la decisione del Tribunale d’appello non costituisse un’applicazione arbitraria del principio di disposizione e non violasse il divieto di reformatio in pejus, è criticabile e dubbia.

Locazione: contestazione della pigione iniziale – presunzione

Sul tema della contestazione della pigione iniziale, il Tribunale federale ha stabilito, precisando la propria giurisprudenza, che vi è una presunzione di fatto secondo la quale è abusiva una pigione iniziale aumentata in un modo massivo, nettamente superiore al 10 %, senza che ciò possa essere spiegato con l’evoluzione del tasso d’interesse di riferimento o dell’indice svizzero dei prezzi al consumo (precisazione della giurisprudenza; consid. 3.3).

Per invalidare la presunzione di abusività, e invalidare la contestazione della pigione iniziale, la locatrice deve suscitare giustificati dubbi sulla sua correttezza (precisazione della giurisprudenza; consid. 4.2 e 4.3).

Secondo la BGE 147 III 431, quando il canone iniziale è stato aumentato in modo massiccio rispetto al canone del precedente inquilino, si presume che il canone sia abusivo.

Spetta quindi al locatore indebolire questa presunzione sollevando dubbi fondati sulla sua veridicità.

A tal fine, nella procedura di contestazione della pigione iniziale il locatore può presentare statistiche che non soddisfano pienamente i criteri di cui all’art. 11 cpv. 4 OLAL; può anche presentare abitazioni comparative, che non devono essere esaminate con lo stesso rigore di quando si tratta di dimostrare che il canone di locazione è – o non è – entro i limiti dei canoni usuali nella località o nel quartiere (cfr. considerando 4.3).

Nel contesto dell’indebolimento della presunzione, nel caso di immobili di confronto, è sufficiente escludere, tra gli immobili presentati, quelli che non sono chiaramente comparabili con l’immobile di riferimento (considerando 4.4.2 e 4.4.3).

Il Tribunale federale sottolinea che la giurisprudenza secondo cui le abitazioni con differenze significative nell’esposizione al rumore non sono comparabili riguarda principalmente la prova rigorosa e non l’indebolimento della presunzione di iniquità (considerando 4.4.3).

Inoltre, il fatto che il contratto di locazione precedente fosse di lunga durata deve essere preso in considerazione per determinare se il locatore sia riuscito a sollevare dubbi fondati sulla presunzione che la pigione iniziale è abusiva (considerando 4.5.2).


Nel caso in esame, il Tribunale federale – a differenza dei tribunali precedenti – ha ritenuto che il locatore fosse effettivamente riuscito a sollevare dubbi fondati sulla presunzione di iniquità del canone di locazione (cfr. considerando 5.4).

Di conseguenza, la presunzione cade e l’inquilino deve fornire una prova rigorosa del fatto che il canone di locazione iniziale contestato non corrisponde agli affitti abituali nel quartiere ed è irragionevole, utilizzando statistiche che soddisfano i criteri dell’art. 11 comma 4 OLAL o presentando cinque abitazioni di confronto. Poiché l’inquilino non ha fornito tale prova, l’affitto iniziale (fissato a 1.060 franchi netti) deve essere considerato non irragionevole (cfr. considerando 6 e seguenti).

Tempestività della notifica dei difetti

L’art. 367 cpv. 1 CO prevede che, seguita la consegna dell’opera, il committente, appena lo consenta l’ordinario corso degli affari, deve verificare lo stato e segnalarne all’appaltatore i difetti.

Qualora i difetti si manifestassero soltanto più tardi, dovrà esserne dato avviso appena questi siano stati scoperti, altrimenti l’opera si ritiene approvata nonostante i difetti stessi (art. 370 cpv. 3 CO).

La legge instaura quindi una finzione di accettazione dell’opera nel caso in cui il committente omette di segnalare tempestivamente i difetti, liberando da ogni responsabilità l’appaltatore per quelli annunciati tardivamente (cfr. TF 4A_251/2018 dell’11 settembre 2018 consid. 3.1).

Il committente deve dare l’avviso dei difetti “tosto” la loro scoperta. Può concedersi un breve periodo di riflessione, ma deve decidersi rapidamente. Le circostanze del caso concreto, e in particolare la natura del difetto, sono determinanti per valutare se ha agito in tempo utile (cfr. DTF 118 II 142 consid. 3b, 131 III 145 consid. 7.2) e non sussiste alcuna regola generale che giustifica di richiedere in maniera rigida, a protezione dell’appaltatore, che il committente proceda a una segnalazione entro 7 giorni dalla scoperta del difetto.

In maniera generale può però essere preteso un termine breve per reclamare, qualora sussista il pericolo che, attendendo a notificare il difetto, il danno aumenti (cfr. TF 4A_399/2018 dell’8 febbraio 2019 consid. 3.2).

Un difetto è considerato scoperto se il committente ne constata l’esistenza con certezza in modo da poter formulare un reclamo sufficientemente motivato.

Ciò presuppone che possa misurarne l’importanza ed estensione. I difetti occulti di una cosa si ritengono scoperti al momento in cui il committente acquista la certezza della loro esistenza.

Quelli che appaiono progressivamente, nel senso che la loro estensione e la loro intensità aumentano poco a poco, non si reputano dunque scoperti già quando si manifestano i primi indizi, bensì solo quando il committente sia in grado di rilevarne l’importanza e la portata, ciò al fine di evitare che – per non perdere i suoi diritti – questi comunichi ogni bagattella all’appaltatore.

Il committente è tenuto a segnalare il difetto solo quando gli sia noto (o debba essergli noto, secondo la buona fede) ch’esso costituisce un inadempimento del contratto e non un fenomeno usuale, che non rappresenta una difformità contrattuale (cfr. DTF 117 II 425 consid. 2, 131 III 145 consid. 7.2).

Il committente non è obbligato a rivolgersi a un esperto, ma può effettuare la segnalazione sulla base di una semplice supposizione, prima che il difetto sia stato constatato con certezza e dunque prima ancora che il termine in discussione cominci a decorrere (cfr. TF 4A_293/2017 del 13 febbraio 2018 consid. 2.2.3).

Nel suo avviso il committente deve indicare quali difetti ha scoperto, nonché esprimere la volontà di non riconoscere che l’opera è conforme al contratto e di renderne l’appaltatore responsabile.

Occorre una certa precisione per quanto concerne la descrizione del difetto, una generica esternazione d’insoddisfazione non essendo sufficiente (cfr. TF 4A_251/2018 dell’11 settembre 2018 consid. 3.2). Basta per contro indicare gli effetti negativi riscontrati (cfr. TF 4A_82/2008 del 29 aprile 2009 consid. 6.1; cfr. pure, sull’intera tematica, TF 4A_205/2020 del 13 luglio 2021 consid. 3).

Diritto di visita dei nonni

Secondo l’art. 274 CC, in “circostanze straordinarie” il diritto alle relazioni personali (il cosiddetto diritto di visita) può essere accordato, oltre che al genitore non affidatario, anche ad altre persone, se ciò serve al bene del minore.

“Circostanze straordinarie” sono – ad esempio – cambiamenti famigliari (come la separazione dei genitori) che non permettono più a tali parenti (ad esempio ai nonni) di mantenere un rapporto instauratosi con il minorenne.

Diversamente dalle relazioni personali tra genitore e figlio (dove vi è un diritto del genitore non affidatario ad avere un diritto di visita), le relazioni tra i terzi e il figlio devono orientarsi esclusivamente al bene di quest’ultimo.

In altre parole, solo l’interesse del figlio è determinante, non quello della persona con la quale costui può o deve intrattenere delle relazioni personali.

Il diritto di visita dei terzi deve pertanto servire positivamente al bene del minore, quindi deve contribuire concretamente al suo benessere.

Non è sufficiente che la relazione non gli causi un pregiudizio.

Il diritto alle relazioni personali (diritto di visita) va di principio ritenuto nell’interesse del minore qualora il figlio (capace di discernimento rispetto a tale questione) esprime chiaramente il bisogno di restare in contatto con la persona in questione, la quale gli procura o rafforza un sentimento di protezione (ciò tuttavia a condizione che non vi siano da temere degli effetti pregiudizievoli)

Valuta in cui far valere una pretesa di risarcimento danni

Nella sentenza DTF 134 III 151, discostandosi da una giurisprudenza precedente più flessibile, il Tribunale federale ha stabilito, sulla base dell’art. 84 cpv. 1 CO,
che il creditore con un credito contrattualmente dovuto in euro, nella fattispecie un credito per la restituzione di un prestito denominato in euro, deve presentare le proprie domande di giudizio in euro (considerando 2).

Ciò in quanto l’art. 84 cpv. 2 CO dà unicamente al debitore la possibilità di saldare il proprio debito in franchi svizzeri, ma il creditore non ha questa possibilità

Nella sentenza DTF 137 III 158, poi, il Tribunale federale ha esteso la giurisprudenza sviluppata per i crediti in valuta estera fissati contrattualmente a tutte le richieste di risarcimento danni, sia contrattuali che extracontrattuali, ritenendo che l’art. 84 cpv. 1 CO si applichi a tutti i debiti di denaro, indipendentemente dalla loro causa (considerando 3.1).

Di conseguenza, visto che lo scopo di una richiesta di risarcimento danni è quello di compensare l’effettiva perdita di valore subita dal patrimonio del creditore, quest’ultimo deve formulare la sua richiesta nella valuta dello Stato in cui si è verificata la riduzione del patrimonio, ossia la valuta del suo domicilio o della sua sede legale (DTF 137 III 158 considerando 3.2.2).

Ad esempio, se un residente in Italia chiede un risarcimento danni a un ospedale svizzero in cui è stato curato, la richiesta deve formularla in Euro.

Le richieste di risarcimento erroneamente presentate in franchi svizzeri devono essere respinte. Il tribunale deve constatare l’inesistenza del credito e respingere l’azione per violazione dell’art. 84 cpv. 1 CO (DTF 134 III 151, cpv. 2; sentenza 4A_200/2019, cpv. 5).

Tuttavia, il creditore può proporre una nuova azione in valuta estera. Questo perché, per quanto riguarda l’eccezione di crescita in giudicato del precedente giudizio, l’oggetto della nuova azione, denominato in valuta estera, non è identico a quello oggetto della prima sentenza, espresso in franchi svizzeri.

Costi veicolo nel fabbisogno minimo?

I costi di un veicolo privato (rata leasing, tassa di circolazione, assicurazione possono essere inseriti nel minimo esistenziale del diritto esecutivo, anche in situazioni di ristrettezze economiche, se l’uso del mezzo è indispensabile per l’esercizio della professione, tant’è che per diritto federale è corretto includere nel fabbisogno minimo di un coniuge le intere rate di un leasing riguardante un veicolo di natura impignorabile (DTF 140 III 342 consid. 5.2; RtiD I-2022 pag. 572 n. 6c consid. 3).

Eventualmente, occorre eventualmente verificare se la rata del leasing sia troppo dispendiosa.

Per contro, i costi di un veicolo non necessario per motivi professionali o di salute (o altro valido motivo che imponga l’uso di un veicolo) vanno tolti dal fabbisogno minimo “allargato”. Il coniuge deve finanziare queste spese per l’automobile con la sua quota d’eccedenza. 

Ipoteca legale degli artigiani e degli imprenditori nel caso di lavori su una PPP

L’iscrizione di un’ipoteca legale può essere fatta per materiali e lavoro, o lavoro soltanto, destinati a un’opera eseguita su un determinato fondo.

Di conseguenza, il privilegio degli artigiani e imprenditori esite unicamen­te per prestazioni eseguite su un immobile specifico, in relazio­ne a un concreto progetto di costruzione (RtiD I-2019 pag. 546 consid. 4a con riferimenti).

In caso di lavori su più particelle, l’ipoteca legale va chiesta sotto forma di pegno parziale, gravante ogni singolo fondo per la frazione del credito di cui il proprietario risponde (art. 798 cpv. 2 CC), e ciò a prescindere dal fatto che l’artigiano o imprenditore abbia eseguito il lavoro sulla base di uno o più contratti (RtiD I-2019 pag. 546 consid. 4a).

E’ compito dell’artigiano allestire un conteggio preciso per ogni fondo e fatturare i lavori separatamente, tanto riguardo all’ammontare del credito quanto all’entità della relativa garanzia (DTF 146 III 9 consid. 2.1.2; RtiD I-2019 pag. 546 consid. 4b; da ultimo: I CCA sentenza inc. 11.2020.60 del 19 agosto 2021 consid. 6).

Di conseguenza, l’artigiano o imprenditore non può suddividere il costo del proprio intervento in modo astratto tra la superficie dei vari fondi, né ripartire l’insieme delle sue prestazio­ni secondo la volumetria delle eventuali costruzioni, ma deve specificare quali prestazioni (materiali e lavoro, o lavoro soltanto) sono state eseguite per un determinato fondo e a quale prezzo.

Il fatto che siano stati convenuti costi globali o forfettari non esonera l’artigiano da questo obbligo.

Questi principi si applicano non solo alle iscrizioni definitive, ma anche alle iscrizioni provvisorie, sebbene cifrare l’ammontare del pegno per queste ultime possa apparire arduo, vista l’esigenza di ottenere l’iscrizione entro quattro mesi e l’impossibilità di aumentare in seguito l’ammontare della garanzia iscritta.

In casi del genere è ammessa un’iscrizione provvisoria dell’ipoteca legale a carico dei singoli per un importo approssimativo, con un ‟margine di sicurezzaˮ del 10–20% (RtiD I-2019 pag. 546 seg. consid. 4b e 4d con rinvii).

Con riferimento alla proprietà per piani, queste regole fanno sì che per lavori eseguiti su una determinata proprietà per piani un’eventuale ipoteca legale deve gravare soltanto quella determinata unità.

Se più unità hanno beneficiato di lavori, l’ipoteca legale riveste la forma di un pegno parziale, gravante ogni singola unità per l’importo di cui è debitore il relativo proprietario; un pegno collettivo su tutte le unità per la totalità del credito da garantire è possibile solo eccezionalmente, alle condizioni dell’art. 798 cpv. 1 CC.

Se i lavori abbiano per oggetto parti comuni di una proprietà per piani, il pegno grava l’oggetto in comproprietà e l’artigiano o imprenditore deve ripartire la sua spettanza sui proprietari delle varie unità in funzione delle rispettive quote, in modo che si possano iscrivere pegni parziali giusta l’art. 798 cpv. 2 CC (DTF 146 III 10 consid. 2.1.3 con rinvii; sul tema v. anche RtiD I-2011 pag. 668 n. 21c con numerosi richiami; da ultimo: I CCA sentenza inc. 11.2020.60 del 19 agosto 2021 consid. 6).

Obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne – Anche in caso di interruzione dei rapporti tra il genitore e il figlio?

L’art. 277 cpv. 2 CC prevede un obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne. Secondo questa norma, se, raggiunta la maggiore età, il figlio non ha ancora una formazione appropriata, i genitori, per quanto si possa ragionevolmente pretendere da loro dato l’insieme delle circostanze, devono continuare a provvedere al suo mantenimento fino al momento in cui una simile formazione possa normalmente concludersi (art. 277 cpv. 2 CC).

Comunque, come il Tribunale d’appello ha già avuto modo di ricordare, l’obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne dipende dall’insieme delle circostanze, comprese le relazioni personali tra genitore e figlio.

Se la mancanza di rapporti personali si ricollega alla sola condotta del figlio che li rifiuta, il contributo di mantenimento può essere rifiutato.

Particolare riserbo si impone tuttavia qualora il comportamento del figlio si riconduca a un divorzio conflittuale dei genitori.

Se, comunque, dopo la maggiore età il figlio continua a manifestare ostilità al genitore, pur comportandosi questi correttamente verso di lui, ciò configura una colpa. 

In tal caso una richiesta di contributo alimentare può essere respinta (RtiD I-2015 pag. 883 n. 14c con particolare riferimento a DTF 129 III 379 consid. 4.2 e a Piotet in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 16 ad art. 277; da ulti­mo: I CCA, sentenza inc. 11.2019.108 del 27 ottobre 2020 consid. 10b e sentenza inc. 11.2018.59 del 6 luglio 2020 consid. 30a con richiami a Meier/Stettler, Droit de la filiation, 6ª edizione, pag. 1048 nota 3736 e pag. 1051 n. 1613 e a Aeschlimann/Schweighauser in: FamKomm Scheidung, vol. I, 3ª edizione, n. 68 delle osservazioni generali agli art. 276–293 CC).

Per quanto riguarda, in specie, comportamenti oggettivamente riprovevoli di un figlio maggiorenne dovuti alle emozioni che il divorzio dei genitori può avere generato in lui e delle tensioni che ne possono essere seguite, il Tribunale d’appello ha precisato – nel solco della giurisprudenza testé riassunta – che simili comportamenti devono essere valutati con cautela, soprattutto ove la maggiore età del figlio sia appena intervenuta.

Più il tem­po trascorre, nondimeno, più si può esigere che il figlio acquisisca distacco dal passato e sappia gestire in modo equanime la situazione. Secondo Meier/Stettler, le conseguenze riconducibili a una violazione dell’art. 277 cpv. 2 CC da parte del figlio andrebbero modulate in funzione dell’età e della colpa del ragazzo.

A mente loro, tali conseguenze andrebbero attenuate, indicativamente tra i 18 e i 22 anni, riducendo per esempio l’ammontare o la durata del contributo alimentare, senza rifiutare del tutto il contributo (op. cit., pag. 1050 n. 1612).

Recentemente, e nel medesimo ordine di idee, il Tribunale d’appello ha richiamato un figlio appena divenuto maggiorenne, il quale respingeva recisamente ogni contatto con il padre, avvertendolo che, avesse egli persistito in tale atteggiamento nonostante le aperture del genitore, quest’ultimo avrebbe potuto chiedere una soppressione del contributo alimentare (sentenza citata inc. 11.2019.108 del 27 ottobre 2020 consid. 10c).

Qualche mese prima, la I CCA aveva avuto occasione di valutare il comportamento di una figlia ventenne che, dopo avere appoggiato le posizioni della madre in seguito a un divorzio combattuto e avere ignorato il padre per anni, lasciava intravedere qualche timida apertura alle sollecitazioni del genitore.

La Camera ha ritenuto che non tutto sembrava perduto e ha riconosciuto alla figlia il diritto al mantenimento, non senza rilevare però che quello spiraglio di riavvicinamento non bastava e che le relazioni personali con il padre andavano decisamente migliorate (senten­za citata inc. 11.2018.59 del 6 luglio 2020 consid. 30a).

Diversamente la Camera ha respinto una richiesta di contributo di mantenimento verso un figlio maggiorenne avanzata da un figlio di 25 anni che continuava a rigettare ogni tentativo di approccio da parte del padre, dal cui divorzio egli non aveva mai preso le distanze.

La Camera ha rimesso in tal caso il figlio alle proprie responsabilità, il ruolo del padre non potendo essere sminuito a quello di semplice ente pagatore (sentenza citata inc. 11.2018.59 del 6 luglio 2020 consid. 30b).

Come il Tribunale federale ha spiegato in DTF 129 III 379 consid. 4.2 (menzionata sopra, al consid. 5), nell’ambito della decisione riguardo all’obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne occorre trovare un giusto compromesso tra l’interesse del figlio maggiorenne a ricevere un contributo di mantenimento per la propria formazione scolastica o professionale e l’interesse del genitore a non essere svilito a mero erogatore di pagamenti.

Un figlio maggiorenne che continua a ignorare completamente un genitore, sebbene questi desideri relazioni personali con lui, e rifiuta ogni approccio, salvo esigere il versamento di un contributo alimentare da parte di quel genitore, si comporta in modo incoerente e non può trovare protezione, a meno che la colpa del genitore verso il figlio sia tanto grave, pur alla luce del tempo trascorso, da far apparire normale l’interruzione di ogni contatto.

Contributi di mantenimento e fabbisogno minimo

Nella sua recente giurisprudenza il Tribunale federale ha deciso che il criterio applicabile per la fissazione dei contributi di mantenimento a livello svizzero è il cosiddetto metodo “a due fasi”, in esito al quale l’eccedenza registrata dal bilancio familiare va ripartita fra coniugi e figli minorenni dopo avere dedotto dalle entrate complessive dei coniugi il fabbisogno di ogni membro della famiglia, dividendo tale eccedenza nella proporzione di due a uno (DTF 147 III 265, 147 III 293, 147 III 301).

Determinante per la fissazione dei contributi di mantenimento sono quindi le entrate complessive dei coniugi, ma anche il loro fabbisogno. Cosa rientra nel fabbisogno?

Nel sistema “a due fasi”, il fabbisogno di ogni membro della famiglia è definito in base alle direttive per il calcolo dei minimi di esistenza in Svizzera diramate dalla Conferenza degli ufficiali delle esecuzioni e dei fallimenti agli effetti dell’art. 93 LEF (per il Cantone Ticino: FU 68/2009 del 28 agosto 2009, pag. 6292 segg.). 

Il minimo esistenziale per una persona sola è di fr. 1200.– mensili, quello per un genitore affidatario di fr. 1350.– mensili, mentre per chi vive in comunione domestica con una terza persona esso è la metà dell’importo di base per coppia, ovvero fr. 850.– mensili (DTF 144 III 506 consid. 6.6; RtiD I-2020 pag. 598 n. 4c).

A tale minimo esistenziale si aggiungono, se le condizioni finanziarie ciò permettono:

  • i costi effettivi dell’alloggio (e non solo quelli previsti dal diritto esecutivo);
  • un’indennità per spese di telefonia e di comunicazione;
  • un’indennità per i premi delle assicurazioni non obbligatorie (ad esempio l’assicurazione complementare contro la malattia e gli infortuni);
  • un’indennità per l’uso dei mezzi pubblici;
  • i costi di una formazione continua (se necessaria);
  • le spese connesse all’esercizio di diritti di visita;
  • gli oneri di previdenza professionale di lavoratori indipendenti;
  • il rimborso di debiti contratti durante la comunione domestica a beneficio della famiglia o decisi in comune o di cui i coniugi sono solidalmente responsabili (per esempio un ammortamento ipotecario);
  • le imposte;
  • eventuali contributi di mantenimento dovuti a figli maggiorenni o nati da un precedente matrimonio (fabbisogno minimo “allargato” o “del diritto di famiglia”: sentenza del Tribunale federale 5A_127/2021 del 1° ottobre 2021 consid. 4.3.2 con numerosi rimandi).

Non fanno parte del minimo esistenziale del diritto esecutivo (né tanto meno del minimo esistenziale “allargato” o “del diritto di famiglia”), invece

  • l’uso di un’automobile per svago;
  • le spese voluttuarie come viaggi, vacanze, hobby (DTF 147 III 265 consid. 7.2 con numerosi rimandi; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2020.171 dell’8 febbraio 2022 consid. 8d).