Obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne – Anche in caso di interruzione dei rapporti tra il genitore e il figlio?

L’art. 277 cpv. 2 CC prevede un obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne. Secondo questa norma, se, raggiunta la maggiore età, il figlio non ha ancora una formazione appropriata, i genitori, per quanto si possa ragionevolmente pretendere da loro dato l’insieme delle circostanze, devono continuare a provvedere al suo mantenimento fino al momento in cui una simile formazione possa normalmente concludersi (art. 277 cpv. 2 CC).

Comunque, come il Tribunale d’appello ha già avuto modo di ricordare, l’obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne dipende dall’insieme delle circostanze, comprese le relazioni personali tra genitore e figlio.

Se la mancanza di rapporti personali si ricollega alla sola condotta del figlio che li rifiuta, il contributo di mantenimento può essere rifiutato.

Particolare riserbo si impone tuttavia qualora il comportamento del figlio si riconduca a un divorzio conflittuale dei genitori.

Se, comunque, dopo la maggiore età il figlio continua a manifestare ostilità al genitore, pur comportandosi questi correttamente verso di lui, ciò configura una colpa. 

In tal caso una richiesta di contributo alimentare può essere respinta (RtiD I-2015 pag. 883 n. 14c con particolare riferimento a DTF 129 III 379 consid. 4.2 e a Piotet in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 16 ad art. 277; da ulti­mo: I CCA, sentenza inc. 11.2019.108 del 27 ottobre 2020 consid. 10b e sentenza inc. 11.2018.59 del 6 luglio 2020 consid. 30a con richiami a Meier/Stettler, Droit de la filiation, 6ª edizione, pag. 1048 nota 3736 e pag. 1051 n. 1613 e a Aeschlimann/Schweighauser in: FamKomm Scheidung, vol. I, 3ª edizione, n. 68 delle osservazioni generali agli art. 276–293 CC).

Per quanto riguarda, in specie, comportamenti oggettivamente riprovevoli di un figlio maggiorenne dovuti alle emozioni che il divorzio dei genitori può avere generato in lui e delle tensioni che ne possono essere seguite, il Tribunale d’appello ha precisato – nel solco della giurisprudenza testé riassunta – che simili comportamenti devono essere valutati con cautela, soprattutto ove la maggiore età del figlio sia appena intervenuta.

Più il tem­po trascorre, nondimeno, più si può esigere che il figlio acquisisca distacco dal passato e sappia gestire in modo equanime la situazione. Secondo Meier/Stettler, le conseguenze riconducibili a una violazione dell’art. 277 cpv. 2 CC da parte del figlio andrebbero modulate in funzione dell’età e della colpa del ragazzo.

A mente loro, tali conseguenze andrebbero attenuate, indicativamente tra i 18 e i 22 anni, riducendo per esempio l’ammontare o la durata del contributo alimentare, senza rifiutare del tutto il contributo (op. cit., pag. 1050 n. 1612).

Recentemente, e nel medesimo ordine di idee, il Tribunale d’appello ha richiamato un figlio appena divenuto maggiorenne, il quale respingeva recisamente ogni contatto con il padre, avvertendolo che, avesse egli persistito in tale atteggiamento nonostante le aperture del genitore, quest’ultimo avrebbe potuto chiedere una soppressione del contributo alimentare (sentenza citata inc. 11.2019.108 del 27 ottobre 2020 consid. 10c).

Qualche mese prima, la I CCA aveva avuto occasione di valutare il comportamento di una figlia ventenne che, dopo avere appoggiato le posizioni della madre in seguito a un divorzio combattuto e avere ignorato il padre per anni, lasciava intravedere qualche timida apertura alle sollecitazioni del genitore.

La Camera ha ritenuto che non tutto sembrava perduto e ha riconosciuto alla figlia il diritto al mantenimento, non senza rilevare però che quello spiraglio di riavvicinamento non bastava e che le relazioni personali con il padre andavano decisamente migliorate (senten­za citata inc. 11.2018.59 del 6 luglio 2020 consid. 30a).

Diversamente la Camera ha respinto una richiesta di contributo di mantenimento verso un figlio maggiorenne avanzata da un figlio di 25 anni che continuava a rigettare ogni tentativo di approccio da parte del padre, dal cui divorzio egli non aveva mai preso le distanze.

La Camera ha rimesso in tal caso il figlio alle proprie responsabilità, il ruolo del padre non potendo essere sminuito a quello di semplice ente pagatore (sentenza citata inc. 11.2018.59 del 6 luglio 2020 consid. 30b).

Come il Tribunale federale ha spiegato in DTF 129 III 379 consid. 4.2 (menzionata sopra, al consid. 5), nell’ambito della decisione riguardo all’obbligo di mantenimento verso un figlio maggiorenne occorre trovare un giusto compromesso tra l’interesse del figlio maggiorenne a ricevere un contributo di mantenimento per la propria formazione scolastica o professionale e l’interesse del genitore a non essere svilito a mero erogatore di pagamenti.

Un figlio maggiorenne che continua a ignorare completamente un genitore, sebbene questi desideri relazioni personali con lui, e rifiuta ogni approccio, salvo esigere il versamento di un contributo alimentare da parte di quel genitore, si comporta in modo incoerente e non può trovare protezione, a meno che la colpa del genitore verso il figlio sia tanto grave, pur alla luce del tempo trascorso, da far apparire normale l’interruzione di ogni contatto.

La nuova legge sulla divisione degli averi previdenziali (LPP)

Le disposizioni legali sul conguaglio della previdenza professionale in caso di divorzio, che prevedono il principio della divisione a metà degli averi della LPP accumulati durante il matrimonio, sono state criticate fin dalla loro entrata in vigore il 1° gennaio 2000.

Secondo alcuni, la normativa prevista dalla legge fino al 31 dicembre 2016 era troppo rigida. Secondo altri, i coniugi senza attività lucrativa – nonostante l’auspicio del legislatore – hanno continuano a essere sistematicamente svantaggiati.

La nuova regolamentazione presenta alcune novità di indubbio rilievo.

Le nuove norme prevedono in particolare il conguaglio dei diritti alla previdenza acquisiti durante il matrimonio anche nel caso in cui uno dei coniugi percepisce già una rendita di vecchiaia o d’invalidità nel momento del promovimento della procedura di divorzio.

La nuova legge, inoltre, mitiga le condizioni da adempiere affinché i coniugi possano derogare al principio della divisione per metà dell’avere previdenziale accumulato durante il matrimonio.

Per garantire che il giudice disponga dei dati necessari per decidere correttamente la divisione, gli istituti di previdenza e di libero passaggio sono ora obbligati ad annunciare ogni anno all’Ufficio centrale del 2° pilastro i loro effettivi di assicurati. Ciò agevola il compito del giudice del divorzio che, per il conguaglio della previdenza, deve poter tenere conto di tutti gli averi previdenziali disponibili.

La nuova legge prevede anche una regolamentazione per i casi in cui i fondi previdenziali sono investiti nell’acquisto di un’abitazione.

Per garantire la previdenza, il legislatore ha anche previsto una normativa secondo cui un istituto di previdenza può versare un’indennità in capitale anche nell’ambito della previdenza più estesa soltanto se il coniuge dell’assicurato vi consente. La situazione giuridica viene così a coincidere con quella dei pagamenti in contanti.

Un cambiamento significativo è dato poi dal fatto che il momento determinante per la divisione degli averi previdenziali è quello dell’inoltro della causa di divorzio e non più il momento della crescita in giudicato. Ciò permetterà di non premiare più, quantomeno per quanto attiene alla divisione degli averi previdenziali, quei coniugi che tentano di protrarre la durata della procedura di divorzio per meri fini economici.

Il nuovo diritto di mantenimento dei figli minorenni (in vigore dal 1° gennaio 2017)

Mantenimento del figlio come responsabilità condivisa dei genitori

Indipendentemente dal destino di una coppia, il mantenimento del figlio deve restare una responsabilità condivisa dei genitori.

Questo è stato il punto di partenza della revisione del diritto di mantenimento dei figli minorenni, che è entrata in vigore il 1° gennaio 2017.

Priorità dell’obbligo di mantenimento nei confronti del figlio minorenne

Da ciò deriva anche la constatazione che prima di regolare tra di loro le ripercussioni economiche che derivano dalla separazione, i genitori devono soddisfare l’obbligo di mantenimento nei confronti del figlio minorenne.

Per questo motivo, e quindi per rafforzare il diritto del figlio al suo mantenimento, il legislatore ha introdotto nella legge la priorità dell’obbligo di mantenimento nei confronti del figlio minorenne sugli altri obblighi analoghi del diritto di famiglia.

In caso di ammanco, ovvero quando i redditi di una famiglia che si separa non sono sufficienti a coprire tutti i fabbisogni, la quota disponibile (data dalla differenza tra il reddito e il fabbisogno minimo del coniuge chiamato a versare dei contributi di mantenimento), non andrà quindi più ripartita proporzionalmente tra il figlio e la madre, ma andrà in primo luogo destinata alla copertura del fabbisogno del figlio. Solo il rimanente dopo la copertura del fabbisogno del figlio potrà essere destinato al coniuge bisognoso di un contributo di mantenimento.

Contributo di mantenimento che include i costi di accudimento

Inoltre, secondo la nuova legge ogni figlio ha diritto a un contributo di mantenimento che, oltre a coprire i suoi bisogni correnti, gli garantisca anche la possibilità di beneficiare del tipo di accudimento più adatto, sia da parte di terzi (p. es. una mamma diurna o un asilo) che da parte dei genitori stessi. Al momento di fissare il contributo di mantenimento del figlio, occorrerà quindi tenere ad esempio conto dei costi di accudimento di quest’ultimo sostenuti dal genitore che se ne occupa.

Pertanto, la nuova legge contempla un diritto del figlio a un contributo di mantenimento che garantisca anche il suo accudimento

Se il figlio è accudito da terzi, ad esempio da una mamma diurna o presso un asilo nido, dette spese rientrano nei costi diretti per il figlio che già la legge in vigore fino al 31 dicembre 2016 permetteva di considerare.

La nuova legge sul mantenimento del figlio intende ora tener conto anche dell’accudimento da parte di un genitore (costi indiretti). A tale riguardo si parla di contributo di accudimento.

Questo permetterà pure di eliminare la discriminazione tra i figli di genitori sposati e figli di conviventi.

Aiuto all’incasso

Per garantire che il figlio riceva effettivamente un contributo, il Consiglio federale dovrà emanare un’ordinanza per definire (e uniformare) a livello federale le prestazioni di aiuto all’incasso. Ciò sia nel diritto del divorzio che nel diritto in materia di mantenimento del figlio.

La revisione del diritto al mantenimento contiene inoltre delle regole per impedire che qualcuno possa richiedere il versamento del capitale previdenziale, sottraendosi allo stesso tempo agli obblighi di mantenimento che gli sono stati imposti.

Segnalo infine le regole che valgono per le situazioni esistenti

Diritto transitorio

Le disposizioni che rafforzano il diritto del figlio al mantenimento sono applicabili dalla loro entrata in vigore.

In linea di massima il figlio può quindi richiedere la modifica dei contributi di mantenimento fissati in un titolo di mantenimento secondo il diritto precedente.

Tale regola vale senza eccezione se il contributo di mantenimento è stato fissato in una decisione di mantenimento fondata sull’articolo 279 vCC o in un contratto ai sensi dell’articolo 287 vCC.

Queste disposizioni riguardano il mantenimento di figli nati fuori dal matrimonio. Come noto, il diritto vigente fino al 31 dicembre 2016 non permetteva di garantire a questi minori la possibilità di beneficiare della forma di accudimento più adatta. Solamente per i figli che non hanno avuto tale opportunità, l’entrata in vigore del nuovo diritto ammette un’azione di modifica del contributo di mantenimento.

La situazione cambia per i figli di genitori sposati che si sono separati o hanno divorziato. In effetti, il figlio di genitori separati o divorziati ha già avuto la possibilità di beneficiare della forma di accudimento più adatta, in quanto il diritto precedentemente vigente riconosceva gìà al genitore che si occupa del figlio il diritto a un contributo di mantenimento.

Per questa ragione, se il contributo di mantenimento per il figlio è stato fissato contemporaneamente a quello per il genitore, nel quadro di una procedura di divorzio o nell’ambito di eventuali misure a protezione dell’unione coniugale, esso può essere modificato soltanto se la situazione si è modificata notevolmente.

Dal 1.1.2017: istanza per l’aumento del contributo di mantenimento per il figlio nato al di fuori del matrimonio

Con riferimento alla questione dell’aumento del contributo di mantenimento per il figlio nato al di fuori del matrimonio, l’art. 13c tit. fin. CC, in vigore dal 1° gennaio 2017, prevede che i contributi di mantenimento del figlio fissati in un contratto di mantenimento approvato o in una decisione possano essere ridefiniti ad istanza del figlio.

Se questi contributi sono stati fissati unitamente ai contributi di mantenimento per il genitore, possono essere modificati soltanto se le circostanze sono notevolmente mutate.

In altri termini, qualora i contributi di mantenimento per un figlio non siano stati fissati unitamente a quelli per il genitore, è possibile richiedere una loro modifica, anche qualora le circostanze non si siano modificate rispetto al momento in cui sono stati stabiliti.

Pertanto, in linea di massima il figlio può quindi richiedere la modifica dei contributi di mantenimento fissati in un titolo di mantenimento secondo il diritto in vigore prima del 1° gennaio 2017.

Tale regola vale senza eccezione se il contributo di mantenimento è stato fissato in una decisione di mantenimento fondata sull’articolo 279 CC o in un contratto ai sensi dell’articolo 287 CC. Queste disposizioni riguardano il mantenimento di figli nati fuori dal matrimonio.

Dato infatti che il diritto in vigore fino al 31 dicembre 2016 non permetteva di garantire ai minori figli nati fuori dal matrimonio la possibilità di beneficiare della forma di accudimento più adatta, l’entrata in vigore del nuovo diritto di mantenimento dei figli ammette un’azione di modifica del contributo di mantenimento.

Per i figli di genitori che erano sposati, invece, un’istanza di modifica del contributo continuerà a essere possibile unicamente se le circostanze considerate al momento in cui il contributo è stato fissato “siano notevolmente mutate” (art. 286 cpv. 2 CC).

La modifica di un contributo presuppone in questo caso, concretamente, che la situazione economica dell’una o dell’altra parte sia cambiata in modo ragguardevole e duraturo rispetto al momento in cui il contributo è stato fissato. La procedura non ha lo scopo infatti di “correggere” la decisione (o la convenzione) precedente, ma di adattare la decisione (o la convenzione) alle nuove circostanze (DTF 138 III 292 consid. 11.1.1).
Essa implica perciò un raffronto tra le condizioni finanziarie in cui si trovavano le parti al momento del divorzio (rispettivamente al momento in cui il contributo era stato modificato l’ultima volta) e la nuova situazione.

Ripresa del cognome precedente dopo il divorzio

Fino al 1° gennaio 2013, il coniuge che aveva cambiato cognome in occasione del matrimonio conservava il nuovo cognome anche dopo il divorzio, ma poteva all’ufficiale dello stato civile di voler riprendere il proprio cognome da celibe o nubile (art. 119 CC) però ciò solo entro un anno dalla crescita in giudicato del divorzio.

Le sentenze di divorzio dei Pretori vengono impugnate innanzi al Tribunale d’appello unicamente per ottenere una modifica delle conseguenze del divorzio, ma il principio stesso del divorzio non viene mai impugnato e cresce in giudicato. Ciò ha comportato in passato, per chi ha atteso la sentenza del Tribunale d’appello prima di dichiarare la volontà di riprendere il cognome precedente, l’impossibilità di farlo (visto che era nel frattempo trascorso più di un anno dalla crescita in giudicato del divorzio stesso).

Secondo il nuovo diritto dei cognomi, il coniuge che ha cambiato cognome in occasione del matrimonio conserva il nuovo cognome anche dopo il divorzio; può tuttavia dichiarare in ogni momento all’ufficiale dello stato civile di voler riprendere il proprio cognome da celibe o nubile (art. 119 CC).

Dal 1° gennaio 2013, quindi, un coniuge che ha cambiato il cognome in occasione del matrimonio può quindi rilasciare questa dichiarazione anche se è passato molto tempo dal divorzio.

Presupposti per revoca affidamento – Revoca dell’autorizzazione da parte del Dipartimento

Giusta l’art. 307 cpv. 1 CC, se il bene del figlio è minacciato e i genitori non vi rimediano o non sono in grado di rimediarvi, l’autorità di protezione ordina le misure opportune per la protezione del figlio.

L’art. 310 cpv. 1 CC prevede che quando il figlio non possa essere altrimenti sottratto al pericolo, l’autorità tutoria deve toglierlo alla custodia dei genitori, o dei terzi presso cui si trova, e ricoverarlo convenientemente.

Nell’accezione di “pericolo” rientra tutto quanto è suscettibile di pregiudicare lo sviluppo fisico, intellettuale e morale del figlio sotto l’autorità parentale dei genitori. Le cause della messa in pericolo sono ininfluenti (circostanze oggettive, colpa del minore, dei genitori o dell’entourage familiare): la misura non è una sanzione nei confronti dei genitori ma persegue quale unico scopo la tutela del bene del minore.

I “terzi” presso cui il minore si trova ai sensi dell’art. 310 cpv. 1 CC sono le persone a cui i genitori hanno affidato il figlio volontariamente (e non per effetto di una decisione dell’autorità): anche nel caso in cui il minore è tolto alla custodia di terzi, il provvedimento colpisce infatti i genitori, che non hanno saputo o potuto scegliere un luogo di collocamento adatto a salvaguardare gli interessi del minore.

Il diritto di custodia (droit de garde, rechtliche Obhut) comprende infatti il diritto di determinare il luogo di dimora e le modalità relative alla cura del figlio e appartiene ai genitori (eventualmente al tutore del minore), essendo una componente dell’autorità parentale. Dall’entrata in vigore della revisione del diritto sull’autorità parentale, il 1° luglio 2014, tale nozione è stata sostituita dal termine, più preciso, di “diritto di determinare il luogo di dimora del figlio” (droit de déterminer le lieu de résidence, Aufenthaltsbestimmungsrechts).

 

La misura di privazione della custodia parentale consiste dunque nel togliere ai genitori il diritto di determinare il luogo di residenza e le modalità di cura del figlio, e a collocare in modo adeguato il minorenne presso terzi o un istituto.

Nel caso i genitori vengano privati di tale diritto, la sua titolarità passa all’Autorità di protezione, che decidendone il collocamento, determina quindi il luogo di dimora del minore. Tale collocamento deve essere, secondo la norma, “conveniente” (approprié; angemessen): esso deve dunque corrispondente alla personalità e ai bisogni del minore. I criteri da prendere in considerazione sono in particolare l’età del bambino, la sua personalità, i suoi bisogni educativi o, più in generale, i bisogni relativi alla sua presa a carico, la stabilità e la continuità del suo ambiente di vita, l’opinione dei genitori, e le relazioni di prossimità del bambino.

Decidendo il collocamento del minore, l’Autorità di protezione non trasferisce il diritto di custodia – di cui rimane titolare – ma unicamente la custodia di fatto del minore (faktische Obhut, garde de fait). Tale nozione comprende la cura quotidiana del figlio e l’esercizio dei diritti e dei doveri legati a tali cure e all’educazione quotidiana.

Qualora il collocamento del minore non risulti più confacente alla personalità e ai bisogni del minore, l’Autorità di protezione dovrà modificare la sua decisione in applicazione dell’art. 313 CC, secondo cui la modifica delle circostanze comporta l’adattamento delle misure di protezione alla nuova situazione. Non entra invece in considerazione un’ulteriore decisione di ritiro della custodia parentale (rectius: di ritiro del diritto di determinare il luogo di dimora del figlio) ai sensi dell’art. 310 cpv. 1 CC, nella misura in cui, come visto, tale diritto è rimasto all’Autorità di protezione e non è stato delegato ai terzi presso cui il minore è collocato per decisione dell’autorità (detentori di una semplice custodia di fatto).

Come visto, ai sensi dell’art. 316 cpv. 1 CC il collocamento di un minore presso una famiglia affidataria presuppone che i genitori affilianti abbiano ricevuto un’autorizzazione in tal senso dall’autorità competente (che nel Canton Ticino non è l’Autorità di protezione).

Nel caso in cui alla famiglia affidataria venga revocata l’autorizzazione da parte dell’autorità competente, il collocamento presso la suddetta famiglia non è più possibile e l’Autorità di protezione non può che collocare il minore altrove.

 

Calcolo delle rendite AVS e splitting

Nel calcolare le rendite di vecchiaia e d’invalidità, a ciascun coniuge è attribuita la metà della somma dei redditi d’attività lucrativa che essi hanno conseguito durante gli anni di matrimonio comune (cosiddetto splitting). Le regole dello splitting sono applicate in maniera analoga alle coppie legate da un’unione domestica registrata.

La ripartizione dei redditi è tuttavia limitata agli anni civili durante i quali entrambi i coniugi erano assicurati all’AVS/AI.

La ripartizione si esegue solo per i redditi conseguiti fino al 31 dicembre precedente l’insorgenza di un caso d’assicurazione per ragioni d’età, il decesso di uno dei coniugi o lo scioglimento del matrimonio. I redditi realizzati dai coniugi nell’anno di conclusione del matrimonio e in quello del suo scioglimento non sono ripartiti.

La ripartizione dei redditi delle persone sposate è realizzata solo quando entrambi i coniugi hanno diritto a una rendita dell’AI o dell’AVS.

Dato che sono rari i casi in cui entrambi i coniugi maturano contemporaneamente il diritto a una rendita, di norma, la rendita versata al coniuge che per primo ne acquisisce il diritto, è calcolata esclusivamente sulla base dei suoi redditi. Solo dal momento in cui anche il secondo coniuge matura un diritto personale alla rendita, entrambe le rendite sono calcolate sulla base dei redditi non ripartiti conseguiti prima del matrimonio e dei redditi ripartiti relativi agli anni di matrimonio. I redditi che un coniuge ha conseguito negli anni in cui era già al beneficio di una rendita non sono tuttavia ripartiti.

Nel caso di vedovanza, i redditi sono ripartiti solo dal momento in cui nasce, per una vedova o un vedovo, un diritto personale a una rendita d’invalidità o di vecchiaia. La ripartizione dei redditi interviene ugualmente se la persona vedova si è già risposata nel momento in cui nasce il suo diritto a una rendita.

Per le persone che non sono più sposate, lo splitting è realizzato dopo lo scioglimento del matrimonio per divorzio o per dichiarazione di nullità.

Cosa succede in caso di divorzio?

Le persone divorziate possono domandare a una delle casse di compensazione che ha incassato i loro contributi AVS d’eseguire la ripartizione dei redditi. È loro raccomandato di depositare la domanda in comune e, nei limiti del possibile, subito dopo il divorzio. In questo modo, la procedura potrà essere avviata rapidamente, garantendo una più elevata affidabilità ed evitando eventuali rallentamenti nei successivi calcoli delle rendite. Se i coniugi divorziati omettono d’introdurre la domanda di splitting, le casse di compensazione procederanno automaticamente alla ripartizione dei redditi nel momento in cui sarà calcolata la prima rendita spettante a uno degli ex-coniugi interessati.

Pur se lo splitting è stato introdotto con la 10a revisione AVS (1997), devono essere ripartiti anche i redditi delle coppie che erano già divorziate prima della sua entrata in vigore.

Autorità parentale congiunta e trasferimento all’estero

Oggi, 1° luglio 2014, entra in vigore la revisione del codice civile concernente l’autorità parentale congiunta.

Si ricorda che secondo che la nuova legge stabilisce come regola l’autorità parentale congiunta, indipendentemente dallo stato civile dei genitori (art. 296 cpv. 2 nCC), segnatamente se gli stessi sono coniugati, separati, divorziati e anche non sposati.

Tuttavia per questi ultimi non vi sarà un automatismo. I genitori non sposati potranno chiedere all’autorità regionale di protezione (ARP) di esercitare congiuntamente l’autorità parentale. Se invece i genitori non sono d’accordo, il genitore che non la detiene dovrà presentare un’istanza all’ARP.

In caso di divorzio e di separazione coniugale dal 1° luglio vi sarà il principio dell’autorità parentale congiunta. Se tuttavia il giudice dovesse costatare che le condizioni per l’esercizio congiunto dell’autorità parentale non sono date, allora potrà attribuirla a un solo genitore.

Con l’autorità parentale congiunta, i genitori devono di principio decidere di comune accordo tutto ciò che riguarda il figlio. Comunque, per gli affari quotidiani, il genitore a cui è affidato il figlio manterrà un diritto di decisione.

Un argomento che riveste sicura importanza è quello relativo al luogo di dimora del minore, in particolare la questione del suo trasferimento.

Contrariamente diritto finora in vigore, non sarà più il detentore della custodia a poter decidere autonomamente.

Anche il genitore non affidatario, che mantiene l’autorità parentale congiunta, da oggi in avanti deve acconsentire al trasferimento all’estero del figlio. Qualora i genitori non si dovessero accordare, sarà nuovamente il giudice o l’ARP a dover decidere.

Si ricorda infine che, secondo il diritto transitorio, il genitore di una coppia non sposata che al 1° luglio 2014 non ha l’autorità parentale può chiedere entro il 30 giugno 2015 all’ARP competente di poter beneficiare dell’autorità parentale congiunta.

Il genitore che è stato privato dell’autorità parentale nell’ambito del divorzio potrà rivolgersi con istanza unilaterale al giudice per chiedere l’esercizio dell’autorità parentale congiunta, ma a condizione che il divorzio non sia stato pronunciato più di cinque anni a contare dal 1° luglio 2014 (per cui non deve risalire a prima del 30 giugno 2009).

Conguaglio della previdenza professionale

Le camere federali si stanno occupando della revisione del norme del Codice civile riguardanti il
conguaglio della previdenza professionale in caso di divorzio.

Le disposizioni sul conguaglio della previdenza professionale in caso di divorzio sono state ampiamente criticate fin dalla loro entrata in vigore il 1° gennaio 2000. Alcuni le ritengono troppo rigide e vorrebbero renderle più flessibili. Altri ritengono che i coniugi senza attività lucrativa continuano a essere sistematicamente svantaggiati. La normativa è pure frequentemente criticata perché difficilmente applicabile e perché non tutela sufficientemente la certezza del diritto.

Con le nuove disposizioni, il giudice dovrebbe in linea di principio suddividere gli averi LPP della cassa pensione anche se uno degli sposi riceve una rendita di vecchiaia o d’invalidità al momento del divorzio.

Il momento decisivo per la presa in considerazione del conteggio delle prestazioni di previdenza da dividere coincide con l’apertura della procedura di divorzio, e non come oggi il momento della sentenza di divorzio.

Per il resto, il disegno mitiga le condizioni da adempiere affinché i coniugi possano derogare al principio della divisione per metà dell’avere previdenziale accumulato durante il matrimonio.

Gli istituti di previdenza e di libero passaggio saranno obbligati ad annunciare ogni anno all’Ufficio centrale del 2° pilastro i loro effettivi di assicurati. Ciò agevolerà il compito del giudice del divorzio che, per il conguaglio della previdenza, deve tenere conto di tutti gli averi previdenziali disponibili.

Il disegno garantisce anche che i fondi previdenziali trasferiti nell’ambito del divorzio conservino la loro precedente natura. Gli averi che fino al trasferimento facevano parte della previdenza professionale obbligatoria di un coniuge devono rimanere nella previdenza obbligatoria. Per garantire la previdenza è inoltre proposta una normativa secondo cui un istituto di previdenza può versare un’indennità in capitale anche nell’ambito della previdenza più estesa soltanto se il coniuge dell’assicurato vi consente. La situazione giuridica viene così a coincidere con quella dei pagamenti in contanti.

L’istituto collettore sarà obbligato ad accettare i fondi previdenziali che un divorziato riceve nell’ambito del conguaglio della previdenza e a convertirli in una rendita su richiesta di quest’ultimo.

Nell’ambito del diritto internazionale privato viene sancita l’esclusiva competenza dei giudici svizzeri per conguagliare la previdenza e dividere gli averi che si trova-no presso istituti di previdenza svizzeri.

Responsabilità per debiti dell’altro coniuge

In merito alla responsabilità di un coniuge per i debiti dell’altro coniuge, occore avantutto osservare che, di principio, ogni coniuge ha i suoi propri debiti e l’altro coniuge non risponde dei medesimi. Tra le regole applicabili ai debiti figura comunque l’art. 143 CO, secondo il quale una solidarietà tra più debitori va ammessa nei casi previsti dalla legge.

Nel caso delle persone coniugate, le regole sulla rappresentanza dell’unione coniugale possono, in determinati casi, comportare che un coniuge risponda solidalmente per i debiti dell’altro.

Secondo questa norma legale, durante la vita comune ciascun coniuge rappresenta l’unione coniugale per i bisogni correnti della famiglia. Per gli altri bisogni, un coniuge rappresenta l’unione coniugale soltanto se è stato autorizzato dall’altro o dal giudice, oppure qualora l’affare non consente una dilazione e l’altro coniuge è impossibilitato a dare il proprio consenso per malattia, assenza o analoghi motivi. Inoltre con i propri atti, ciascun coniuge obbliga se stesso e, in quanto non ecceda il potere di rappresentanza in modo riconoscibile dai terzi, solidalmente anche l’altro.

Sui premi di CM in particolare
Il Tribunale federale ha già avuto modo di sancire che sia la conclusione di un’assicurazione malattia obbligatoria che il cambiamento di assicuratore sono da considerare come facenti parte dei bisogni correnti della famiglia ai sensi dell’art. 166 cpv. 1 CC . Di conseguenza, alla luce dell’art. 166 cpv. 3, i coniugi rispondono solidalmente tra di loro per i premi rimasti impagati, indipendentemente dal regime matrimoniale scelto, relativi al periodo in cui vivono assieme.

Con sentenza del 22 luglio 2005, il Tribunale federale ha stabilito che con la cessazione della vita comune termina anche la comunanza di intenti (“Nutzungsgemeinschaft”) vigente in regime di comunione domestica, che costituisce il presupposto necessario per la responsabilità solidale. Il potere di rappresentanza giusta l’art. 166 CC rimane in stato di latenza finché la vita comune è sospesa.

Detto altrimenti, con l’assenza di vita comune dei coniugi viene a mancare, per ciascuna componente, il potere di rappresentanza dell’unione coniugale e, di conseguenza, non può dar luogo a solidarietà. Il potere di rappresentanza dell’unione coniugale, con il corollario della responsabilità solidale del coniuge ex art. 166 cpv. 3 CC, è pertanto pienamente operante solo se le parti vivono in unione domestica e non anche durante un periodo di separazione, anche solo di fatto; determinante ai fini della responsabilità solidale del coniuge è infatti che gli interessati abbiano una vita comune (RAMI 2004 KV 278 pag. 149).

La responsabilità solidale vale anche per le partecipazioni ai costi giusta l’art. 64 LAMal.

Responsabilità dei coniugi per le imposte

Sia secondo l’art. 12 LT, sia secondo l’art. 13 LIFD, i coniugi non separati legalmente o di fatto rispondono solidalmente dell’imposta complessiva.

Tuttavia, ciascun coniuge risponde della sua quota nell’imposta complessiva quando uno di essi è insolvibile oppure, limitatamente all’imposta cantonale, quando ne fa richiesta scritta all’autorità fiscale, entro trenta giorni dall’intimazione della tassazione. La responsabilità solidale dei coniugi separati legalmente o di fatto decade anche per tutti gli ammontari di imposta ancora dovuti.