Archivi categoria: Sentenze in materia di divorzio e separazione

in questa sezione sono riportate alcune delle sentenze pubblicate sulla rivista FamPra.ch

Diritto del lavoro: obbligo di versaMento dElla gratifica.

In merito al tema del versamento di una gratifica, occorre in primo luogo osservare che ogni retribuzione straordinaria, in aggiunta al salario, versata al lavoratore in determinate occasioni che possono essere ricorrenti – come Natale, Capodanno – o uniche, come un giubileo dell’azienda, un compleanno particolare del datore di lavoro o del lavoratore, è considerata una gratifica ai sensi dell’art. 322d CO.

La gratifica può essere pattuita (rispettivamente può costituire un uso ricorrente da parte del datore di lavoro) e quindi rivestire carattere obbligatorio, o essere facoltativa.

Se la gratifica è facoltativa, non sussiste alcun diritto del lavoratore al sup versamento.

In ogni caso, se il datore di lavoro promette una gratifica è tenuto a versarla, a meno che il lavoratore violi gravemente i suoi obblighi contrattuali, ciò che può giustificare una riduzione o persino una soppressione (DTF 136 III 313 consid. da 2.1 a 2.3; Aubert in: Commentaire romand, CO I, 2ª edizione, n. 6 ad art. 322d).

Disdetta dell‘abitaZione familiare

La legge contiene diverse norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

In particolare, un coniuge non può, senza l’esplicito consenso dell’altro, disdire un contratto di locazione, vendere la casa o l’appartamento familiare.

Ciò anche se è l‘unico intestatario del contratto di locazione, rispettivamente il proprietario dell‘immobile.

Visto l‘importanza dell‘abitazione familiare, è chiaramente positivo che vi siano norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

Secondo l’art. 273a CO, quando la cosa affittata funge da abitazione di famiglia, il coniuge non inquilino può anche opporsi alla disdetta agendo da solo contro il locatore. Questa disposizione non è però applicabile per analogia quando i coniugi sono entrambi inquilini. In questo caso, essi costituiscono una consorzio necessario e devono pertanto agire insieme contro la disdetta (articoli 271 e 271a CO).

Quando solo un coniuge intende contestare la disdetta, esso deve agire sia contro il locatore che contro il coniuge che non intende opporsi alla disdetta. Se non lo fa, gli viene negata la legittimazione attiva.

In una sentenza recentissima del 31 luglio 2019, il Tribunale federale ha deciso che in quel caso concreto la locatrice che invoca l’assenza di legittimazione attiva quando intendeva disdire il contratto di locazione solo nei confronti dell’inquilino che aveva contestato la disdetta, viola l’art. 2 al. 2 CC sul divieto di abuso di diritto.

Diritti di visita: limitazione in caso di tensioni tra i genitori?

Il fatto che i rapporti fra i genitori possano essere anche gravemente deteriorati, non basta per limitare i diritti di visita ai figli.

Se in una procedura a tutela dell’unione coniugale le parti hanno figli minorenni, il giudice prende le misure necessarie secondo le disposizioni sugli effetti della filiazione (art. 176 cpv. 3 CC). Il genitore non affidatario ha così il diritto di mantenere con il figlio le relazioni personali indicate dalle circostanze (art. 273 cpv. 1 CC).

Tale diritto va definito secondo il bene del figlio alla luce delle circostanze concrete (DTF 131 III 212 consid. 5; sentenza del Tribunale federale 5A_618/2017 del 2 febbraio 2018 consid. 4.2; analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2015.17 del 29 dicembre 2016 consid. 4a).

Esso può essere limitato, negato o revocato se nuoce al bene del minorenne, se i genitori se ne avvalgono in violazione dei loro doveri o non si curano seriamente del figlio, ovvero per altri gravi motivi (art. 274 cpv. 2 CC).

Il bene del figlio è pregiudicato qualora il comportamento del genitore non affidatario metta a repentaglio – o concorra a mettere a repentaglio – lo sviluppo fisico, psichico o morale del minorenne (DTF 122 III 407 consid. 3b; più recentemente: sentenza del Tribunale federale 5A_53/2017 del 23 marzo 2017 consid. 5.1).

Una limitazione delle relazioni personali deve rispondere in ogni modo al principio della proporzionalità.

Una restrizione durevole non si giustifica, quindi, per i soli conflitti che oppongono i genitori, tanto meno se i rapporti del genitore non affidatario con il figlio sono buoni (DTF 131 III 211 consid. 4; sentenza del Tribunale federale 5A_295/2017 del 9 novembre 2017 consid. 4.2.4).

Una soppressione, poi, entra in linea di conto solo come ultima ratio, qualora agli effetti negativi di un diritto di visita non possa ovviarsi altrimenti (DTF 122 III 407 consid. 3b, sentenza del Tribunale federale 5A_618/2017 del 2 febbraio 2018 consid. 4.2).

Diritto di visita e volontà del figlio

Le separazioni e i divorzi comportano una riorganizzazione della vita della famiglia, nell’ambito della quale occorre, tra le altre cose, regolamentare le relazioni personali.

Secondo l’art. 273 cpv. 1 CC, il genitore non affidatario e il figlio minorenne hanno il vicendevole diritto di conservare le relazioni personali indicate dalle circostanze.

La disciplina di questo diritto va definita secondo il bene del figlio, alla luce delle circostanze concrete (DTF 131 III 212 consid. 5; sentenza del Tribunale federale 5A_493/2018 del 5 novembre 2018 consid. 6.1.2; analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2016.118 del 27 aprile 2018 consid. 5a).

L’art. 274 cpv. 2 CC prevede che il diritto di visita può essere limitato, negato o revocato se nuoce al bene del minorenne, se i genitori se ne avvalgono in violazione dei loro doveri o non si curano seriamente del figlio, ovvero per altri gravi motivi.

Il bene del figlio è pregiudicato qualora il comportamento del genitore non affidatario metta a repentaglio – o concorra a mettere a repentaglio – lo sviluppo fisico, psichico o morale del minorenne (DTF 122 III 407 consid. 3b; più recentemente: sentenza del Tribunale federale 5A_875/2017 del 6 novembre 2018 consid. 3.3 con rinvii).

Una limitazione delle relazioni personali deve rispondere in ogni modo al principio della proporzionalità.

In particolare, va osservato che una restrizione durevole non si giustifica, quindi, per i soli conflitti che oppongono i genitori, tanto meno se i rapporti del genitore non affidatario con il figlio sono buoni (DTF 131 III 211 consid. 4; sentenza del Tribunale federale 5A_295/2017 del 9 novembre 2017 consid. 4.2.4).

Una soppressione, poi, entra in linea di conto solo come ultima ratio, qualora agli effetti negativi di un diritto di visita non possa ovviarsi altrimenti (DTF 122 III 407 consid. 3b, sentenza del Tribunale federale 5A_478/2018 del 10 agosto 2018 consid. 5.2.1; I CCA, sentenza inc. 11.2016.118 del 27 aprile 2018 consid. 5a).

L’autorità chiamata a decidere dispone al riguardo di un ampio potere di approvazione quando si tratta di pianificare il diritto ai contatti, ma tale regolamentazione deve basarsi sulle circostanze del caso concreto.

Prima di regolamentare il diritto di visita è consigliabile chiedere al figlio la sua opinione. Tale diritto deriva direttamente dalla sua personalità.

Secondo la giurisprudenza della Corte federale, un bambino deve essere sottoposto a un’audizione al più tardi da sei anni. Secondo la dottrina dominante, tale audizione deve invece aver luogo a partire dai tre anni.

Più il figlio esprime la sua volontà in modo autonomo e costante e più si dimostra certo nelle sue dichiarazioni, ciò che è in linea di principio legato alla maturità e all’età del figlio, più l’autorità deve tener conto di questa volontà.

La giurisprudenza del Tribunale federale indica che i figli dall’età di dodici anni devono godere di un ampio diritto di codecisione.

Come ricordato anche in una recentissima sentenza del Tribunale d’appello (del 27 febbraio 2019), indubbiamente, infatti, la volontà del minore è un criterio per decidere in merito alle relazioni personali. Comunque, l’opinione non è da sé sola determinante, né la disciplina delle relazioni personali può dipendere unicamente dalla volontà del figlio. Decisivo resta pur sempre il bene del ragazzo, correttamente inteso (DTF 127 III 298 consid. 4a in fine; sentenza del Tribunale federale 5A_875/2017 del 6 novembre 2018, consid. 3.3 con rinvii).

Va in particolare osservato che, secondo giurisprudenza, i desideri del figlio vanno tanto più considerati quanto più, vista l’età e lo sviluppo, egli riesca a formarsi una volontà autonoma a dispetto delle influenze esterne, ciò che avviene di regola attorno ai dodici anni. Nel caso che un minorenne assume un’attitudine difensiva nei confronti del genitore non affidatario, occorre chiarirne le ragioni e accertare se il diritto di visita rischi realmente di recargli pregiudizio (sentenza del Tribunale federale 5A_875/2017 del 6 novembre 2018, consid. 3.3 con rinvii). Quando però, capace di discernimento, oppone una strenua e ripetuta resistenza agli incontri, conviene rinunciare all’uso della forza.

Il bene del figlio non può essere perseguito infatti attraverso la suggestione né la coartazione (sentenza del Tribunale federale 5A_369/2018 del 14 agosto 2018, consid. 5.1 con rinvii; I CCA, sentenza inc. 11.2007.140 del 1° marzo 2011, consid. 10).

Obbligo di ripresa o di estensione dell’attività lucrativa: nuove linee direttrici del Tribunale federale per quanto attiene al diritto di mantenimento nel diritto di famiglia.

Obbligo di ripresa o estensione dell’attività lucrativa: con una sentenza di principio del 21 settembre 2018, il Tribunale federale ha stabilito delle nuove linee direttrici per quanto attiene al diritto di mantenimento nel diritto di famiglia.

Preliminarmente, va osservato che il Tribunale federale si dimostra propenso a un’armonizzazione a livello federale del metodo di calcolo: il fabbisogno di accudimento del figlio corrisponde al fabbisogno minimo scoperto del genitore affidatario. In altre parole, il contributo di accudimento serve a coprire il fabbisogno minimo del genitore affidatario che si occupa personalmente del figlio e che, per questo motivo, non è in grado di coprire il suo fabbisogno;

Considerato che sono i genitori a stabilire il metodo di accudimento migliore, l’accordo vigente durante la convivenza perdura, ma comunque non a tempo indeterminato. In caso di disaccordo tra i genitori, dopo un periodo di transizione adeguato valgono i seguenti principi:

I metodi di accudimento dei figli (accudimento personale e accudimento da parte di terzi) sono di principio equivalenti (riservato l’accudimento durante il primo d’età che deve essere personale).

Per quanto concerne l’obbligo di ripresa o estensione dell’attività lucrativa, il Tribunale federale osserva che la scolarizzazione dei figli libera progressivamente il genitore affidatario dai suoi obblighi di accudimento. Fino ad ora, secondo la prassi costante del Tribunale federale, per quel che riguarda la ripresa o l’estensione di un’attività lucrativa da parte di un genitore con figli, vigeva il principio secondo cui un coniuge con prole poteva essere tenuto – di regola – a cominciare o a ricuperare un’attività lucrativa a tempo parziale (al 50%) solo al momento in cui il figlio più piccolo a lui affidato aveva raggiunto 10 anni di età, mentre un’attività a tempo pieno poteva essergli imposta dal momento in cui quel figlio aveva compiuto i 16 anni (principio richiamato ancora nella sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.5).

Secondo le nuove linee direttrici sull’obbligo di ripresa o estensione dell’attività lucrativa, ora il coniuge con figli è tenuto – di regola – a cominciare o a ricuperare un’attività lucrativa a tempo parziale (al 50%) al momento in cui il figlio più piccolo a lui affidato ha iniziato la scuola elementare, un’attività a tempo parziale (all’80%) quando il figlio più piccolo ha iniziato la scuola media e un’attività a tempo pieno dal momento in cui quel figlio avrà compiuto i 16 anni.

Oltre a queste nuove linee direttrici, il giudice deve tenere equamente conto delle ulteriori possibilità di sgravio del genitore (in strutture di accoglienza pre- ed extrascolastiche: i vantaggi economici derivanti da un’occupazione lucrativa di entrambi i genitori vanno considerati.

L’esame della questione del mantenimento dopo il divorzio (ai sensi dell’art. 125 cpv. 2 cifra 6) deve seguire le medesime linee direttici per quanto attiene all’esigibilità della ripresa di un’attività lucrativ

Nascita di un nuovo figlio (non comune) e obbligo di ripresa o estensione dell’attività lucrativa

Con riferimento all’obbligo di ripresa o estensione dell’attività lucrativa finora, per lo meno fino alla entrata in vigore del nuovo diritto di mantenimento dei figli lo scorso 1° gennaio 2017, secondo la costante giurisprudenza del Tribunale federale valeva il principio secondo cui il coniuge con figli può essere tenuto – di regola – a cominciare o a ricuperare un’attività lucrativa a tempo parziale solo al momento in cui il figlio minore a lui affidato aveva raggiunto 10 anni di età, mentre un’attività a tempo pieno poteva essergli imposta dal momento in cui quel figlio aveva compiuto i 16 anni (principio richiamato ancora nella sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.5).

Questa regola contempla nondimeno due eccezioni.

La prima eccezione riguarda il caso in cui, già prima della separazione, entrambi i genitori esercitassero un’attività lucrativa. In questo caso, il genitore che si occupava prevalentemente della cura dei figli durante la comunione domestica deve continuare a rispettare – nel segno della continuità – gli accordi intercorsi (e non può quindi smettere di lavorare).

La secon­da eccezione concerne la nascita di un figlio non comune dopo la separazione (figlio di un nuovo compagno/a). In questa evenienza si ritiene che manca un accordo sulla ripartizione dei ruoli su cui fare affidamento e quindi che la regola dei 10 e 16 anni non si applica. Pertanto, il fatto che durante la convivenza la madre avesse accudito personalmente i figli comuni è senza rilievo per la cura del nuovo figlio (sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.5).

Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale i figli hanno diritto – di norma – alla parità di trattamento non solo nella commisurazione del contributo alimentare, ma anche nella definizione del rapporto tra prestazioni in natura e prestazioni pecuniarie. Comunque, in situazioni particolari come quelle evocate in precedenza (ovvero la nascita di un nuovo figlio da un nuovo compagno) si giustifica un riparto diverso. E siccome in situazioni del genere il mantenimento da parte del genitore non affidatario avviene in denaro, l’esigibilità di una ripresa o di un’estensione dell’attività lucrativa si riconduce alla questione di sapere se – e in che misura – la cura e l’educazione del nuovo figlio vi ostino.

Secondo gli studi scientifici, nei primi tempi l’accudimento personale del figlio da parte della persona di riferimento è importante, di modo che non si può pretendere da quel genitore l’esercizio di un’attività lucrativa a tempo pieno, anche se ciò comporta che questo genitore non sia più in grado di assolvere temporaneamente gli obblighi alimentari preesistenti (sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.4 e 3.5).

Secondo la più recente giurisprudenza del Tribunale federale, se nel primo anno di vita l’accudimento personale è indicato e al genitore che se ne prende cura non si può imporre un’attività lucrativa, ciò non vale più in seguito, a meno che il figlio richieda un’assistenza straordinaria.

Di conseguenza, dopo il primo anno di vita non sussiste più un diritto assoluto all’accudimento personale, per lo meno nel caso di famiglie ricomposte con figli nati da più relazioni e in precarie situazioni finanziarie.

Per consentire l’adempimento degli obblighi di mantenimento nei confronti di tutti i figli in condizioni del genere occorre vagliare dunque la possibilità o l’estensione di un accudimento extrafamiliare per il figlio affidato alla propria custodia, se non altro nel caso in cui l’obbligo di mantenimento verso gli altri figli su cui non è esercitata la custodia parentale consista in una prestazione in denaro (sentenza del Tribunale federale 5A_98/2016 del 25 giugno 2018, consid. 3.5).

 

Termine per introdurre l’azione volta all’iscrizione definitiva dell’ipoteca legale degli artigiani e imprenditori – Termine sospeso dalle ferie giudiziarie?

Giusta l’art. 837 cpv. 1 cifra 3, i crediti di artigiani o imprenditori che avessero fornito materiali e lavoro, o lavoro soltanto, per una costruzione o per altre opere, per la demolizione delle stesse, il montaggio di impalcature, il consolidamento di scavi o lavori simili su un dato fondo danno diritto all’iscrizione di un’ipoteca legale degli artigiani e imprenditori nel registro fondiario a garanzia dei crediti medesimi.

L’iscrizione dell’ipoteca legale degli artigiani e imprenditori nel registro fondiario deve avvenire – e non solo essere chiesta – entro quattro mesi dal compimento del lavoro (art. 839 cpv. 2 CC). Il termine è salvaguardato se entro i quattro mesi l’artigiano o imprenditore ottiene almeno un’iscrizione provvisoria (art. 961 cpv. 1 n. 2 CC e art. 76 cpv. 3 ORF).

Se accoglie la richiesta di iscrizione provvisoria, il giudice deve fissare all’artigiano o imprenditore un termine per chiedere nelle vie ordinarie – senza conciliazione preventiva (art. 198 lett. h CPC) – l’iscrizione definitiva dell’ipoteca legale (art. 961 cpv. 3 CC), con la comminatoria che l’iscrizione provvisoria decadrà in caso di inosservanza del termine (come prescrive l’art. 263 CPC per i provvedimenti cautelari).

Il termine fissato dal giudice secondo l’art. 961 cpv. 3 CC è un termine previsto dal diritto materiale.

Ora, il computo dei termini previsti dal diritto materiale, in specie quelli perentori entro cui il Codice civile e il Codice delle obbligazioni impongono di promuovere causa, soggiace agli art. 75 segg. e 132 CO e non è di conseguenza sospeso dalle ferie giudiziarie secondo l’art. 145 cpv. 1 CPC. Trattandosi infatti di un termine di natura sostanziale, non può essere sospeso da disposizioni di procedura.

Mantenimento del figlio: Diritto di regresso dello Stato per le spese anticipate per il collocamento di un minorenne?

I contributi di mantenimento in favore di un figlio spettano al figlio stesso. Secondo l’art. 289 cpv. 2 CC, la pretesa si trasmette con tutti i diritti all’ente pubblico che provveda al mantenimento, che ha quindi un diritto di regresso.

Pertanto, se un figlio viene affidato a terzi, costoro sono dei cosiddetti genitori affilianti che hanno diritto a un congruo compenso per le cure prestate al figlio. In Ticino, l’ammontare del compenso che spetta al genitore affiliante viene stabilito in base alle raccomandazioni diramate dal Dipartimento della sanità e della socialità.

Quando lo Stato anticipa tale compenso (in particolare per il tramite dell’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento), esso ha facoltà di regresso sui genitori facendo capo ai parametri applicabili in materia di assistenza sociale, quando il collocamento sia stato deciso da un’autorità giudiziaria o amministrativa (art. 67 e 70 del regolamento della legge per le famiglie: RL 6.4.2.1.1).

Si noti che il fatto che i genitori si oppongano al collocamento del figlio non giustifica un esonero dei medesimi dalla partecipazione alle spese (art. 68 cpv. 2 del citato regolamento), quando questi non possono reputarsi indigenti.

Si noti pure che l’ammontare delle spese di collocamento va determinato in conformità alle ordinanze amministrative applicabili nel rispettivo Cantone (DTF 141 III 404 consid. 4.2.2 con rinvio al­l’art. 3 cpv. 2 lett. b OAMin: RS 211.222.338; nel Ticino: art. 67 cpv. 1 del noto regolamento) e non in base alle Tabelle di Zurigo (ovvero alle raccomandazioni pubblicate dall’Ufficio della gioventù e del­l’orientamento professionale del Canton Zurigo) con le quali di norma si determina l’entità di un contributo di mantenimento.

Sentenza di divorzio quale titolo di rigetto dell’opposizione per il contributo a favore di un figlio maggiorenne in formazione?

Il 1° marzo 2018 il Tribunale federale ha deciso (Sentenza TF 5A_204/2017 ) che una sentenza di divorzio che prevede il pagamento di un contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne costitisce un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione, nella misura in cui essa preveda esplicitamente l’ammontare e la durata dell’obbligo di mantenimento.

Secondo l’art. 80 cpv. 1 LEF, se il credito è fondato su una decisione esecutiva di un tribunale svizzero o di un’autorità amministrativa svizzera, l’opposizione è rigettata in via definitiva a meno che l’escusso provi con documenti che dopo l’emanazione della decisione il debito è stato estinto o il termine per il pagamento è stato prorogato ovvero che è intervenuta la prescrizione.

Per un contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne la sentenza di divorzio, per costituire un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione, deve indicare l’ammontare e la durata dell’obbligo di mantenimento.

Se l’obbligo di versamento è sottoposto a una cosiddetta condizione risolutiva, tipicamente che il figlio non sia in grado di far fronte al suo mantenimento, spetta al genitore escusso fornire la prova documentale che tale condizione è adempiuta.

Per quanto attiene in generale il contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne, si osserva che una volta il contributo di mantenimento era previsto solo fino al raggiungimento della maggiore età e, se il figlio voleva un mantenimento anche successivo, doveva agire in giustizia.

Sia considerato l’abbassamento della maggiore età da 20 a 18anni, sia per non costringere i figli ad agire il giudice, la giurisprudenza prevede ora che già nelle sentenze di divorzio va previsto che il contributo venga versato fino al termine della formazione.

Una volta il Tribunale federale aveva (giustamente) indicato che un padre non deve essere degradato alla funzione di bancomat, nel senso che un figlio non può pretendere il mantenimento del padre e nel contempo rifiutare qualsiasi contatto con lui. In successive sentenze, purtroppo, questa limitazione è stata stemperata. Secondo giurisprudenza un genitore può negare contributi di mantenimento a un figlio solo se la mancanza di relazioni con il medesimo va ascritta a colpa eslusiva del figlio.

In altri termini, il figlio deve avere provocato l’interruzione dei rapporti personali con il suo rifiuto ingiustificato di intrattenerne, con il suo contegno particolarmente litigioso oppure con la sua ostilità profonda. Il comportamento di un figlio nei confronti di un genitore divorziato, quand’anche oggettivamente riprovevole, va apprezzato con prudenza, dovendosi tenere conto delle emozioni che il divorzio dei genitori suscita nel figlio e delle tensioni che ne derivano.

Comunque, più il figlio cresce, tuttavia, meno la cautela si giustifica. Se il figlio persiste nel proprio atteggiamento di rifiuto anche dopo la maggiore età, ciò può assurgere a colpa.

Azione possessoria: anche il proprietario che ha ceduto il possesso di una cosa può proporla?

L’azione possessoria di rivendicazione ha lo scopo di tutelare il possesso, impedire l’usurpazione del medesimo ed è destinata ristabilire rapidamente lo stato precedente.

L’azione possessoria non comporta un giudizio sulla conformità alla legge dello stato di fatto, ma fornisce al richiedente soltanto una protezione provvisoria.

La sentenza statuisce in via definitiva sulla tutela del possesso, il giudice non deve fissare un termine per l’attore ad introdurre un’azione sul merito dell’esistenza del diritto.

L’azione possessore è soggetta a due condizioni: l’attore deve dimostrare che possedeva il possesso della cosa e che il possesso è stato illecitamente usurpato.

Il possesso può essere diretto (controllo di fatto sopra la cosa) o mediato (padronanza attraverso un terzo al quale è stato assegnato un diritto reale o personale sulla cosa).

Pertanto, anche quando il proprietario dell’immobile affitta la proprietà ad un inquilino, sia il proprietario che l’inquilino hanno la qualità di possessori: il primo ha un possesso mediato (indiretto) e il secondo ha invece un possesso diretto.

Entrambi sono quindi legittimati a proporre un’azione possessoria.

L’azione possessore protegge anche il proprietario dell’edificio; Se il proprietario dispone della proprietà ad un terzo, assegna il possesso immediato al nuovo proprietario senza interessare il possesso immediato dell’inquilino; In questo caso, il Tribunale cantonale ha negato ingiustamente lo status di possessore mediano del nuovo proprietario dell’immobile; Il ricorso deve pertanto essere consentito e il caso rinviato all’autorità inferiore per esaminare se la seconda condizione dell’azione possessore, cioè quella che l’attore ha perso il possesso della cosa a causa di un atto di usurpazione illecita, è effettuata (considerando 3).

TF 4A_197/2017 del 13 marzo 2018 (della quale è prevista la pubblicazione)