Archivi categoria: Sentenze in materia di divorzio e separazione

in questa sezione sono riportate alcune delle sentenze pubblicate sulla rivista FamPra.ch

Sentenza di divorzio quale titolo di rigetto dell’opposizione per il contributo a favore di un figlio maggiorenne in formazione?

Il 1° marzo 2018 il Tribunale federale ha deciso (Sentenza TF 5A_204/2017 ) che una sentenza di divorzio che prevede il pagamento di un contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne costitisce un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione, nella misura in cui essa preveda esplicitamente l’ammontare e la durata dell’obbligo di mantenimento.

Secondo l’art. 80 cpv. 1 LEF, se il credito è fondato su una decisione esecutiva di un tribunale svizzero o di un’autorità amministrativa svizzera, l’opposizione è rigettata in via definitiva a meno che l’escusso provi con documenti che dopo l’emanazione della decisione il debito è stato estinto o il termine per il pagamento è stato prorogato ovvero che è intervenuta la prescrizione.

Per un contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne la sentenza di divorzio, per costituire un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione, deve indicare l’ammontare e la durata dell’obbligo di mantenimento.

Se l’obbligo di versamento è sottoposto a una cosiddetta condizione risolutiva, tipicamente che il figlio non sia in grado di far fronte al suo mantenimento, spetta al genitore escusso fornire la prova documentale che tale condizione è adempiuta.

Per quanto attiene in generale il contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne, si osserva che una volta il contributo di mantenimento era previsto solo fino al raggiungimento della maggiore età e, se il figlio voleva un mantenimento anche successivo, doveva agire in giustizia.

Sia considerato l’abbassamento della maggiore età da 20 a 18anni, sia per non costringere i figli ad agire il giudice, la giurisprudenza prevede ora che già nelle sentenze di divorzio va previsto che il contributo venga versato fino al termine della formazione.

Una volta il Tribunale federale aveva (giustamente) indicato che un padre non deve essere degradato alla funzione di bancomat, nel senso che un figlio non può pretendere il mantenimento del padre e nel contempo rifiutare qualsiasi contatto con lui. In successive sentenze, purtroppo, questa limitazione è stata stemperata. Secondo giurisprudenza un genitore può negare contributi di mantenimento a un figlio solo se la mancanza di relazioni con il medesimo va ascritta a colpa eslusiva del figlio.

In altri termini, il figlio deve avere provocato l’interruzione dei rapporti personali con il suo rifiuto ingiustificato di intrattenerne, con il suo contegno particolarmente litigioso oppure con la sua ostilità profonda. Il comportamento di un figlio nei confronti di un genitore divorziato, quand’anche oggettivamente riprovevole, va apprezzato con prudenza, dovendosi tenere conto delle emozioni che il divorzio dei genitori suscita nel figlio e delle tensioni che ne derivano.

Comunque, più il figlio cresce, tuttavia, meno la cautela si giustifica. Se il figlio persiste nel proprio atteggiamento di rifiuto anche dopo la maggiore età, ciò può assurgere a colpa.

Azione possessoria: anche il proprietario che ha ceduto il possesso di una cosa può proporla?

L’azione possessoria di rivendicazione ha lo scopo di tutelare il possesso, impedire l’usurpazione del medesimo ed è destinata ristabilire rapidamente lo stato precedente.

L’azione possessoria non comporta un giudizio sulla conformità alla legge dello stato di fatto, ma fornisce al richiedente soltanto una protezione provvisoria.

La sentenza statuisce in via definitiva sulla tutela del possesso, il giudice non deve fissare un termine per l’attore ad introdurre un’azione sul merito dell’esistenza del diritto.

L’azione possessore è soggetta a due condizioni: l’attore deve dimostrare che possedeva il possesso della cosa e che il possesso è stato illecitamente usurpato.

Il possesso può essere diretto (controllo di fatto sopra la cosa) o mediato (padronanza attraverso un terzo al quale è stato assegnato un diritto reale o personale sulla cosa).

Pertanto, anche quando il proprietario dell’immobile affitta la proprietà ad un inquilino, sia il proprietario che l’inquilino hanno la qualità di possessori: il primo ha un possesso mediato (indiretto) e il secondo ha invece un possesso diretto.

Entrambi sono quindi legittimati a proporre un’azione possessoria.

L’azione possessore protegge anche il proprietario dell’edificio; Se il proprietario dispone della proprietà ad un terzo, assegna il possesso immediato al nuovo proprietario senza interessare il possesso immediato dell’inquilino; In questo caso, il Tribunale cantonale ha negato ingiustamente lo status di possessore mediano del nuovo proprietario dell’immobile; Il ricorso deve pertanto essere consentito e il caso rinviato all’autorità inferiore per esaminare se la seconda condizione dell’azione possessore, cioè quella che l’attore ha perso il possesso della cosa a causa di un atto di usurpazione illecita, è effettuata (considerando 3).

TF 4A_197/2017 del 13 marzo 2018 (della quale è prevista la pubblicazione)

 

Reclamo contro le decisioni dell’ARP: legittimazione a ricorrere del minorenne contro una decisione che lo concerne?

Per quanto concerne il diritto di reclamo contro le decisioni dell’ARP, va avanutto ricordato che si può presentare reclamo contro le decisioni dell’ARP che concernono maggiorenni e minorenni. 

Secondo l’art. 450 cpv. 2 CC possono presentare un reclamo le persone che partecipano al procedimento (cifra 1). Di conseguenza, nell’ambito delle procedure a protezione del minore la qualità per ricorrere appartiene, innanzi tutto, ai minori coinvolti, tanto a quelli capaci di discernimento quanto a quelli incapaci, tuttavia solo i primi hanno la qualità per ricorrere in modo autonomo. Il Tribunale federale ha avuto modo di riconoscere la capacità di discernimento a partire già dai 10 anni.

Cfr.: sentenza CDP del 29 febbraio 2016, inc. 9.2015.188

Attribuzione di un bene in comproprietà a un solo coniuge nell’ambito del divorzio: condizioni

Nel divorzio si procede anche allo scioglimento delle comproprietà. In quest’ambito, secondo l’art. 205 cpv. 2 CC il coniuge che provi d’avere un interesse preponderante può chiedere che tale bene gli sia attribuito per intero contro compenso all’altro coniuge.

L’interesse preponderante di un coniuge può rivestire diverse forme: decisivo è che il richiedente possa valersi, senza riguardo ai motivi, di un’intensa relazione con il bene litigioso.

Il giudice pondera gli interessi dei coniugi secondo equità, nell’ambito del suo potere d’apprezzamento. Possono risultare preponderanti interessi professionali o commerciali, affettivi o di salute.

Un’attribuzione a un coniuge giusta l’art. 205 cpv. 2 CC, ad ogni modo, non presuppone solo un interesse preponderante, ma anche la possibilità di indennizzare l’altro coniuge.

Quando ciò non sia possibile, il coniuge in questione non può pretendere che il bene gli sia attribuito in proprietà esclusiva.

Si noti che l’art. 205 CC riguarda il regime ordinario dei beni. Comunque, recentemente il Tribunale federale ha stabilito che la giurisprudenza sviluppata con riferimento all’art. 205 cpv. 2 CC va applicata per analogia anche ai casi in cui tra i coniugi vige il regime della separazione dei beni.

Modifica di una sentenza di divorzio: criteri per la determinazione dell’importo del mantenimento dei figli minorenni, imputazione di un reddito ipotetico; norme transitorie.

In un importante sentenza del 7 marzo 2018, il Tribunale federale ha chiarito alcuni aspetti riguardo il nuovo diritto di mantenimento dei figli minorenni.

In particolare, l’Alta Corte ha affrontato

  • il tema dell’imputazione di un reddito superiore a quello effettivo (cosiddetto reddito ipotetico) in presenza di figli minorenni;
  • il tema del primato del mantenimento del figli minorenni (novità dal 1° gennaio 2017);
  • i criteri per calcolare il contributo di mantenimento dei figli minorenni; e
  • le regole del diritto transitorio valide per il mantenimento dei figli minorenni.

In dettaglio:

Imputazione di un ipotetico reddito e mantenimento dei figli minorenni 

I genitori che devono prendersi cura di un figlio minorenne devono esaurire la loro capacità di lavoro massima.

Essi non possono quindi liberamente scegliere di cambiare le loro condizioni di vita, se ciò influisce sulla loro capacità di provvedere al figlio.

Al debitore del contributo di mantenimento si può imputare un reddito ipotetico basato su un’attività che egli non sarebbe stato tenuto ad accettare secondo le regole dell’assicurazione contro la disoccupazione, in quanto il giudice civile non è vincolato dalla prassi delle autorità amministrative.

Quando il debitore deve un contributo di mantenimento sia a un minore che al suo ex coniuge, il suo reddito ipotetico deve essere incluso anche nel calcolo del contributo dovuto all’ex coniuge. Caso contrario si farebbe una distinzione artificiale nel comportamento che ci si può aspettare dal coniuge debitore.

Se il giudice intende imporre ad uno dei coniugi di riprendere un’attività lucrativa, egli deve in linea di principio fissare un termine adeguato (considerando 3,2 e 3,4).

Il primato dell’obbligo di mantenimento dei figli minorenni (art. 276 al. 2 e 276a cpv. 1 CC)

Il diritto precedente, valido fino al 31 dicembre 2016, prevedeva un primato dell’obbligo di mantenimento verso il figlio minorenne, rispetto a quello del coniuge o ex coniuge solo per quanto riguardava il minimo vitale LEF.

Dal 1° gennaio 2017, il primato dell’obbligo di mantenimento dei figli minorenni vale non solo il suo minimo vitale LEF, bensì per l’intero contributo (quindi anche per il contributo di accudimento) (punti 4.1.1 e 4.1.3).

Criteri per la determinazione dell’importo del contributo di mantenimento dei figli minorenni (art. 285 CC)

I criteri che determinano l’ammontare del contributo di mantenimento dovuto al minore sono le necessità del figlio e la situazione e le risorse del padre e della madre.

Il contributo di mantenimento si basa quindi su tutti i benefici forniti da ciascun genitore. L’accudimento effettivo del figlio svolge un ruolo, ma l’attribuzione della custodia non è decisiva in sé (considerando 4.1.5).

Legge transitoria e contributo di mantenimento dei figli minorenni (art. 125 e 286 cpv. 2 CC; art. 13c e 13cbis. tit. fin. CC).

Il nuovo diritto di mantenimento dei figli (entrato in vigore il 1 ° gennaio 2017) prevede due disposizioni transitorie.

Qualora il figlio avesse già ricevuto un contributo di mantenimento al 1° gennaio 2017, quest’ultimo può essere modificato solo se la situazione cambia in modo significativo e duraturo.

L’entrata in vigore della nuova legge non costituisce un cambiamento significativo nella situazione delle parti, ma si deve ponderare  rispettivi interessi del minore e di ciascuno dei suoi genitori.

Il nuovo diritto si applica alle procedure di mantenimento pendenti il 1° gennaio 2017.

Nel caso oggetto della sentenza, si trattava di un caso di modica della sentenza di divorzio pendente al 1° gennaio 2017.

Dato che non era contestato che il cambiamento delle circostanze era notevole e duraturo, il giudice avrebbe dovuto in primo luogo aggiornare tutti i fattori determinanti per il calcolo dei contributi di mantenimento (redditi e fabbisogni di genitori e figlio), tenendo conto del reddito ipotetico imputato al debitore del contributo.

In seguito, per il periodo fino al 31 dicembre 2016, egli avrebbe dovuto esaminare se il se il fabbisogno minimo LEF del debitore era garantito e, in caso affermativo, destinare l’eccedenza in primo luogo al mantenimento del minimo LEF del figlio e il restante al mantenimento dell’ex-moglie.

Per i contributi dopo il 1° gennaio 2017, il giudice avrebbe dovuto invece calcolare il fabbisogno totale del figlio (compreso il fabbisogno di accudimento) e limitare il contributo per l’ex-coniuge deducendo dal reddito ipotetico del debitore il suo fabbisogno minimo e il fabbisogno complessivo del figlio (considerando 4).

Modifica degli alimenti in caso di nuove nozze

In merito alla domanda di modifica degli alimenti (soppressione o riduzione) previsti in una sentenza di divorzio quando il debitore si è risposato, la giurisprudenza ha stabilito che il debitore alimentare risposatosi può invocare unicamente la garanzia del proprio minimo esistenziale secondo il diritto esecutivo (art. 93 LEF). Non quindi quella del minimo esistenziale “allargato” del diritto civile, e ciò solo per la sua persona, non per la sua intera seconda famiglia.

In altri termini, il nuovo coniuge non entra in linea di conto. Di lui si tiene calcolo tutt’al più ove egli debba assistere economicamente il debitore nei suoi obblighi di mantenimento verso i figli avuti prima del nuovo matrimonio (RtiD I-2013 pag. 714 consid. 7a con rinvio a DTF 137 III 62 consid. 4.2.1, ribadito in: RtiD I-2014 pag. 737 consid. 6 e confermato dal Tribunale federale con sentenza 5A_902/2012 e 5D_192/2012 del 23 ottobre 2013 consid. 4.2.2).

Il minimo esistenziale di un debitore sposato consiste, secondo il diritto esecutivo, nella metà del minimo esistenziale per coniugi, cui si aggiungono i supplementi che riguardano lui soltanto, ovvero un importo adeguato per il costo dell’alloggio, le spese professionali indispensabili per il conseguimento del reddito (si pensi agli oneri di trasferta per raggiungere il posto di lavoro), il premio della cassa malati e – in caso di attività indipendente – i contributi della previdenza professionale. Il costo dell’alloggio viene riconosciuto, per principio, nella metà della pigione relativa all’abitazione coniugale, senza riguardo a chi sia intestato il contratto di locazione o a eventuali convenzioni interne fra coniu­gi sul riparto delle spese comuni. Un’eccezione ricorre solo qualora il coniuge del debitore non sia in grado di finanziare la propria metà. I premi delle assicurazioni non obbligatorie, poi, non vanno considerati, come non vanno considerate le imposte (RtiD I-2013 pag. 714 consid. 7b con rinvio a DTF 137 III 63 consid. 4.2.2, ribadito in: RtiD I-2014 pag. 737 consid. 7 e confermato dal Tribunale federale con sentenza 5A_902/2012 e 5D_192/2012 del 23 ottobre 2013 consid. 4.2.2).

Sulla possibilità di richiedere la soppressione o la riduzione di tali contributi già in via cautelare

Al proposito va osservato che il giudice adito con una petizione di modifica della sentenza di divorzio può decretare la soppressione o la riduzione di tali contributi già in via cautelare solo eccezionalmente e con grande cautela, quando la situazione economica appaia chiaramente mutata già a un som­mario esame. Nel dubbio, i contributi in vigore vanno mantenuti. olo eccezionalmente e con grande cautela, quando la situazione economica appaia chiaramente mutata già a un som­mario esame. Nel dubbio, i contributi in vigore vanno mantenuti. Ciò non solo perché essi figurano in una sentenza esecutiva, passata in giudicato, ma anche perché la sentenza che sarà pronunciata in esito al­l’azio­ne di modifica retroagirà – salvo ove ciò dovesse risultare iniquo – fin dall’introduzione della procedura, sicché il debitore potrà compensare eventuali contributi alimentari pagati in esubero pendente causa con quanto dovrà versare in seguito. Per di più, la soppressione o la riduzione di contributi di mantenimento in via cautelare è ammissibile solo ove si dia urgenza e sussistano circostanze particolari. Tale è il caso, in specie, qualora non si possa pretendere che l’obbligato continui a versare i contributi fissati nella sentenza di divorzio nemmeno per la durata del processo (urgenza), e ciò per il sensibile deterioramento intervenuto nella sua situazione economica (circostanza particolare), ponderati anche gli interessi del creditore (sentenza del Tribunale federale 5A_732/2012 del 4 dicembre 2012 consid. 3.2 con riferimento a DTF 118 II 229).

Competenza dell’autorità di protezione o del Pretore per la modifica del diritto di visita, dell’autorità parentale e della custodia?

Modifica del diritto di visita e della custodia: avantutto  va ricordato che secondo l’art. 134 cpv. 1 CC il giudice – a istanza di un genitore, del figlio o dell’autorità di protezione – modifica l’attribuzione dell’autorità parentale se fatti nuovi importanti lo esigono per il bene del figlio;

L’autorità di protezione dei minori è competente per modificare la regolamentazione dell’autorità parentale e della custodia, nonché per l’approvazione di un contratto di mantenimento, solamente in caso di accordo tra i genitori. Negli altri casi, decide il giudice competente per la modifica della sentenza di divorzio (art. 134 cpv. 3 CC), quindi il Pretore.

Se necessario, il Pretore modifica anche il diritto di visita o la partecipazione di ciascun genitore alla cura del figlio, qualora debba decidere sulla modifica dell’autorità parentale, della custodia o del contributo di mantenimento di un figlio minorenne; negli altri casi l’autorità di protezione dei minori decide circa la modifica delle relazioni personali o della partecipazione alla cura del figlio (art. 134 cpv. 4 CC).

Nella procedura di modifica della sentenza di divorzio, il giudice è competente per modificare le misure giudiziarie relative all’attribuzione e alla protezione del figlio, secondo le norme disciplinanti il divorzio (art. 315b cpv. 1 n. 2 CC).

Gli articoli 134 e 315b CC sono strettamente connessi e, per le modifiche delle decisioni adottate dal giudice matrimoniale, devono essere letti in parallelo per definire la ripartizione delle competenze materiali tra il giudice e le autorità di protezione.

Se il Pretore deve decidere su una modifica litigiosa dell’autorità parentale o del diritto di custodia disciplinati in una decisione di divorzio, egli è anche competente – per attrazione – a decidere sulla modifica delle relazioni personali (diritti di visita) tra il genitore non affidatario e il figlio.

Misure a protezione dell’unione coniugale: esigenze per l’imputazione di un reddito ipotetico

Per quanto concerne le esigenze per l’imputazione di un reddito ipotetico nel caso di disoccupazione del debitore, la giurisprudenza del Tribunale federale ha stabilito che i criteri in materia di disoccupazione non possono essere recepiti così come sono al campo del mantenimento.

Pertanto, il solo fatto che il debitore del contributo di mantenimento non trova un impiego non è sufficiente a escludere che potrebbe essere in grado di ritrovare un’attività lucrativa remunerata.

Infatti, in una sentenza di principio pubblicata (DTF 137 III 118) il Tribunale federale aveva avuto modo di statuire che in presenza di situazioni economiche modeste vanno posto esigenze particolarmente elevate allo sfruttamento della capacità al guadagno del genitore debitore del contributo, ciò appunto perché i criteri validi in materia di assicurazione contro la disoccupazione non possono essere adottati automaticamente. Occorre tenere conto anche delle possibilità di guadagno che non esigono una formazione professionale completa e si situano nella fascia dei salari bassi (consid. 3.1).

In una recentissima sentenza del 24 novembre 2017 (5A_593/2017) il Tribunale federale ha specificato che la predetta giurisprudenza è applicabile quando la situazione economica delle parti è difficile.

Il Tribunale federale ha anche evidenziato che particolare severità va mostrata quando il beneficiario del contributo di mantenimento è un figlio minorenne.

 

Quando il trasferimento dei figli con un genitore necessità del consenso al trasferimento dell’altro genitore?

A partire dal 2014, anche in caso di separazione è previsto —di principio —il mantenimento dell’autorità parentale congiunta in seno ad entrambi i genitori. Nel diritto previgente, il diritto di determinare il luogo di residenza del figlio era incluso nel diritto di custodia (cfr. DTF 136 III 353). Pertanto, il genitore al quale erano affidati i figli aveva il diritto di trasferire il loro luogo di dimora anche senza il consenso al trasferimento preventivo dell’altro genitore rispettivamente dell’autorità di protezione o del giudice.

Oggi tale diritto rientra nelle prerogative dell’autorità parentale.

Di conseguenza, la legge prevede adesso che quando i genitori esercitano l’autorità parentale congiuntamente, un genitore può modificare il luogo di dimora del figlio soltanto con il consenso dell’altro genitore oppure per decisione del giudice o dell’autorità di protezione dei minori, qualora il nuovo luogo di dimora si trovi all’estero o qualora la modifica del luogo di dimora abbia ripercussioni rilevanti sull’esercizio dell’autorità parentale da parte dell’altro genitore e sulle relazioni personali (art. 301a cpv. 2, let. a e b CC).

Se necessario, i genitori si accordano, conformemente al bene del figlio, in merito a una modifica dell’autorità parentale, della custodia, delle relazioni personali e del contributo di mantenimento; se non raggiungono un accordo, decide il giudice o l’autorità di protezione dei minori (cpv. 5).

Il Tribunale federale ha poi stabilito che in caso di trasferimento all’interno della Svizzera il consenso dell’altro genitore (o l’autorizzazione del giudice/dell’autorità di protezione) è necessario quando il cambiamento di dimora del figlio abbia ripercussioni rilevanti sull’autorità parentale oppure sulle relazioni personali (a dispetto della congiunzione “e” nel testo legale; DTF 142 III 502, consid. 2.4.2).

Le due condizioni della norma non sono quindi cumulative, bensì alternative: il trasferimento è dunque soggetto a consenso (rispettivamente ad autorizzazione) se lo stesso ha abbia un impatto di una certa rilevanza anche solo sulle relazioni personali, e non necessariamente anche sull’esercizio dell’autorità parentale.

Secondo la giurisprudenza, per giudicare se le ripercussioni del trasferimento sono rilevanti o meno occorre fondarsi sul tipo di organizzazione genitoriale messa in atto sino a quel momento (DTF 142 III 502, consid. 2.3).

Nel caso in cui vi è una custodia alternata ed entrambi i genitori si occupano quotidianamente dei figli (ad esempio andando a prenderli tutti i giorni all’asilo o a scuola), anche un trasferimento di pochi chilometri può avere ripercussioni rilevanti. Per contro, nel caso in cui vi è una ripartizione che prevede l’affidamento esclusivo a un genitore, mentre l’altro beneficia di un “classico” diritto di visita un fine settimana su due, in assenza di circostanze particolari (itinerari difficoltosi, genitore non automunito, condizioni finanziarie estremamente precarie, etc.), anche un trasferimento nell’ordine di un centinaio di chilometri non causa generalmente ripercussioni rilevanti (DTF 142 III 502, consid. 2.3).

 

Contributo di mantenimento per la moglie – Obbligo di riprendere o estendere un’attività lucrativa – Limite dei 45 anni? – Reddito ipotetico

Di regola, per fissare l’entità del contributo di mantenimento si prende come riferimento il reddito effettivo del coniuge richiedente. Se tuttavia, dando prova di buona volontà, quel coniuge avrebbe la ragionevole possibilità di guadagnare di più, allora ci si riferisce a questo reddito ipotetico.

Un reddito ipotetico non va però determinato in astratto. Dev’essere alla concreta portata del coniuge interessato.

Il giudice deve decidere così, in primo luogo, se si può ragionevolmente esigere dal coniuge in questione che eserciti un’attività lucrativa o la estenda, tenendo conto della sua età, della formazione professionale e dello stato di salute.

In seguito egli esamina se quel coniuge abbia l’effettiva possibilità di esercitare simile attività e quale sia il reddito conseguibile, tenendo calcolo sempre dell’età, della formazione professionale e dello stato di salute, oltre che della situazione sul mercato del lavoro in generale (DTF 137 III 120 consid. 2.3, 109 consid. 4.2.2.2; RtiD I-2014 pag. 735 consid. 4d, II-2006 pag. 690 n. 5a con richiami; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2013.106 del 6 luglio 2016, consid. 9b).

Quando si tratta di un coniuge che durante la vita in comune si è dedicato unicamente alla casa e alla famiglia, vige la presunzione per cui non si può pretendere la ripresa o l’estensione di un’attività lucrativa se al momento della separazione quegli aveva già 45 anni (DTF 137 III 110 consid. 4.2.2.4 in fine).

La presunzione però è refragabile.

Il limite d’età dei 45 anni, poi, trova solo parziale applicazione quando si tratti non di intraprendere, ma solo di estendere un’attività professionale (DTF 137 III 108 consid. 4.2.2.2).

Siccome la capacità di far fronte al proprio debito mantenimento può comunque essere limitata dalla cura dovuta ai figli, in ogni modo, un coniuge con prole può essere tenuto a cominciare o a ricuperare un’attività lucrativa a tempo parziale solo al momento in cui il figlio più piccolo a lui affidato avrà raggiunto i 10 anni di età, mentre un’attività a tempo pieno può essergli imposta al momento in cui tale figlio avrà compiuto i 16 anni. Ciò è determinante anche per l’imposizione di un reddito ipotetico.

E’ utile comunque ricordare che anche l’applicazione di tali principi dipende a ogni buon conto dalle circostanze del caso specifico (I CCA, sentenza inc. 11.2013.106 del 6 luglio 2016, consid. 9b).