Archivi categoria: Sentenze in materia di divorzio e separazione

in questa sezione sono riportate alcune delle sentenze pubblicate sulla rivista FamPra.ch

Convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980 sugli aspetti civili del rapimento internazionale di minori – ritorno in Spagna di minori trasferiti illecitamente in Svizzera.

Principio della celerità: una durata della procedura innanzi alle autorità svizzere (con due procedure di ricorso cantonali) di sette mesi (e precisato che ogni istanza ha deciso in un periodo di sei settimane o poco più) non è criticabile

In una sentenza del 22 marzo 2005 (DTF 131 III 334), il Tribunale federale ha precisato che se l’istanza che chiede il ritorno è stata inoltrata prima dello scadere di un anno dal momento in cui il minore è stato trasferito o trattenuto illecitamente, la circostanza che il minore si sia integrato nel suo nuovo ambiente non ostacola il suo ritorno (consid. 3.2). Art. 13 cpv. 2 CArap: condizioni alle quali dev’essere tenuta in considerazione l’opposizione del minore al suo ritorno (consid. 4 e 5). Decisione che ordina il ritorno emanata dal Tribunale federale medesimo.

Si deve tener conto dell’opinione del figlio se questo e’ maturo.

Art. 20 OPP 2: Un contributo di mantenimento a tempo indeterminato non è presupposto per la pretesa di una rendita di vedovanza della previdenza professionale. (FamPra.ch 2012, 178)

In una sentenza del 6 settembre 2011 (DTF 137 V 373), il Tribunale federale ha stabilito che l’interpretazione dell’art. 20 OPP 2 dimostra sotto il profilo letterale, storico e teleologico, che sono sufficienti per il diritto a una rendita di vedovanza della previdenza professionale anche i contributi di mantenimento limitati nel tempo previsti nella sentenza di divorzio. Qualora l’obbligo di mantenimento sia però limitato nel tempo nella sentenza di divorzio, il diritto alla prestazione della donna divorziata sussiste unicamente fino alla scadenza di tale termine.

Divisione degli averi della previdenza professionale accumulati durante il matrimonio – considerazione nell’ambito della determinazione del contributo di mantenimento dell’ammanco previdenziale conseguente all’impossibilità di ripresa di un’attività lucrativa.

In una sentenza dell’11 febbrraio 2005 (DTF 131 III 289), il Tribunale federale ha ricordato che il sistema svizzero della divisione della previdenza professionale in caso di divorzio prevede la partecipazione agli averi della previdenza professionale accumulata in pendenza di matrimonio, indipendentemente dalla colpa e dal regime dei beni.

Una parte delle conseguenze economiche del divorzio, e meglio il buco previdenziale del coniuge che non ha svolto un’attività lucrativa, viene così ridotta.

Dell’ammanco previdenziale che si realizza dopo il divorzio per l’impossibilità di un coniuge di riprendere l’attività lucrativa va tenuto conto nell’ambito della fissazione del contributo di mantenimento.

 

Partecipazione al plusvalore nel caso di contribuzione senza corrispettivo – prova della deroga

Nel caso di acquisto di beni tramite un mutuo del coniuge,  la norma relativa alla partecipazione al plusvalore è esclusa unicamente nel caso di prestito con interessi (questo in quanto, in quest’ultimo caso, non si può parlare di contributo senza corrispettivo).

In una sentenza del 23 marzo 2005 (DTF 131 III 252), il Tribunale federale ha stabilito che se l’acquisto di beni da parte di un coniuge è stato finanziato con un mutuo senza interessi concesso dall’altro coniuge e al momento della liquidazione del regime ne risulta un plusvalore, spetta al coniuge che intende prevalersi di una deroga alla partecipazione legale al plusvalore prevista dall’art. 206 cpv. 1 CC di provare che i coniugi abbiano previsto una tale deroga nella forma scritta prevista dall’art. 206 cpv. 3 CC.

Art. 114, 115 CC, art. 116 vCC: Passaggio alla procedura di divorzio su richiesta comune. (FamPra.ch 2012, 174)

In una sentenza del 5 settembre 2011 (DTF 137 III 421), il Tribunale federale  ha stabilito che la sentenza che pronuncia il divorzio dei coniugi e che è stata notificata separatamente costituisce una decisione parziale, che può e deve essere immediatamente impugnata dinanzi al Tribunale federale.

La massima corte, dopo aver ricordato che il vecchio art. 116 CC si applica per analogia quando, nel corso di una procedura di divorzio pendente in Svizzera, il coniuge convenuto si riferisce espressamente ad un’identica procedura da egli stesso aperta all’estero, ha inoltre deciso che le prescrizioni procedurali previste dagli art. 111 seg. CC, applicabili per analogia, possono essere adattate.

Art. 8, 200 cpv. 3 CC: Attribuzione di un bene patrimoniale dal punto di vista del regime dei beni, onere della prova in relazione alle pretese risarcitorie di una massa dei beni nei confronti delle altre. (FamPra.ch 2012, 164)

In una sentenza del 1° settembre 2011 (5A_37/2011), il Tribunale federale ha stabilito che dalla questione dell’attribuzione di un determinato bene patrimoniale dal punto di vista del regime dei beni, va distinta la questione su chi deve sopportare l’onere della prova relativamente al fatto che i mezzi di una massa abbiano contribuito al pagamento di debiti rispettivamente all’acquisizione di beni di un’altra, così che la massa che ha contribuito per l’altra ha diritto a un compenso corrispondente, il quale è limitato o al valore nominale o in aggiunta a ciò ha pure diritto a una quota del maggior o minor valore del bene in questione. A questo riguardo, valgono le regole generali sull’onere della prova dell’ art. 8 CC. Non è insolito che un coniuge alimenti un conto bancario intestato a suo nome sia con mezzi degli acquisti che con mezzi dei beni propri. In queste circostanze, si configura corrispondentemente difficoltosa la prova delle pretese risarcitorie. Abitualmente, non è scontato se il coniuge in questione abbia utilizzato mezzi dei beni propri o degli acquisti per l’ammortamento di un determinato debito. Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, vale la presunzione che sono sopportati dagli acquisti il dispendio della famiglia, inclusa la previdenza per la vecchiaia, come pure le spese per il conseguimento del reddito e le imposte gravanti il medesimo. Viene inoltre presunto che per la copertura dei fabbisogni correnti i coniugi non intacchino la sostanza dei loro beni propri, ma piuttosto utilizzino tali mezzi propri in primo luogo per gli investimenti straordinari. Tali presunzioni servono a facilitare la prova, senza comportare un’inversione dell’onere della prova. La controparte processuale deve però portare una prova del contrario nella misura in cui deve far nascere nel giudice dubbi in merito alla presunzione naturale.

Art. 176 ZGB: Contributi di mantenimento durante la separazione. (FamPra.ch 2012, 163)

In una sentenza del 20 settembre 2009 (5A_319/2011), il Tribunale federale  ha stabilito quanto segue: di principio, per il calcolo dei contributi di mantenimento occorre basarsi sulle condizioni economiche effettive. In particolare, in assenza di indizi relativi a una modifica imminente, vanno considerati i costi abitativi effettivi, anche qualora questi siano ridotti. I contributi di mantenimento vanno considerati nel calcolo del fabbisogno solamente nella misura in cui questi siano dovuti legalmente e siano effettivamente pagati. Nel caso di persona minorata, il mezzo di locomozione privata vale quale oggetto impignorabile qualora a questi vada attribuito il carattere di mezzo ausiliario ai sensi della LAI, come pure quando una persona minorata, senza attività lucrativa, senza l’auto privata non potrebbe sottoporsi a un trattamento medico necessario o mantenere un minimo di contatti con il mondo esterno. Questo presupposto è unicamente adempiuto qualora non sia esigibile dalla persona toccata che soddisfi i suoi bisogni con l’ausilio di un‘auto terza (ad esempio taxi).

Esiste un obbligo per le coppie conviventi di sottoscrivere un contratto di mantenimento per i figli?

Sintesi: in una recente sentenza, il Tribunale d’appello ha indicato che quando il figlio di una donna non sposata sia stato riconosciuto dal padre, l’autorità tutoria si deve adoperare direttamente per salvaguardarne i diritti alimentari, invitando i genitori a sottoscrivere un contratto di mantenimento. Se i genitori non collaborano, deve essere nominato un curatore che promuova un’azione di mantenimento, poiché anche il figlio di genitori che vivono in concubinato ha un diritto proprio al mantenimento nei confronti di entrambi i genitori.

Per legge, l’autorità tutoria è tenuta a nominare un curatore che provveda all’accertamento della filiazione paterna e consigli e assista la madre nel modo richiesto dalle circostanze.

Di regola il curatore è incaricato anche di far valere i diritti del nascituro o del minorenne al mantenimento, nel qual caso ci si trova di fronte a una curatela combinata (art. 309 e 308 cpv. 2 CC), sicché il curatore può promuovere un’azione di paternità combinata con un’azione di mantenimento (art. 280 cpv. 3 CC). Il fatto che la madre nubile viva sola o in concubinato: secondo la giurisprudenza, la curatela di paternità va comunque designata per legge “tosto che l’autorità tutoria sia informata del parto” ritenuto che il concubinato della madre non garantisce al figlio, in effetti, gli stessi diritti che ha il figlio di genitori sposati (a cominciare dalla presunzione di paternità secondo gli art. 255 segg. CC).

Ove invece il figlio di una donna non sposata sia già stato riconosciuto dal padre, l’autorità tutoria si adopera direttamente per salvaguardarne i diritti alimentari, invitando i genitori a sottoscrivere un contratto di mantenimento. Se non riesce o i genitori non collaborano essa nomina un curatore giusta l’art. 308 cpv. 2 CC, incaricato di far valere in giudizio i diritti del figlio (curatore “di mantenimento”). Secondo taluni autori l’autorità tutoria deve usare riserbo nella nomina di un curatore se i genitori vivono in concubinato stabile e intendono ottenere l’autorità parentale in comune sul figlio (art. 298a CC), potendosi presumere allora che un contratto di mantenimento possa essere stipulato in breve tempo o almeno in ogni tempo.

Il mero fatto che la madre versi in ottime condizioni finanziarie ancora non dispensa l’autorità tutoria dal promuovere la sottoscrizione di un contratto di mantenimento, giacché il figlio ha un diritto proprio al mantenimento, nei confronti di entrambi i genitori. Questo in quanto in caso di separazione il loro figlio si troverebbe svantaggiato rispetto a un figlio di genitori sposati, poiché il concubinato è una semplice relazione di fatto e nessun giudice interviene a quel momento. Per garantire le pretese del figlio in simile eventualità occorre dunque un contratto di mantenimento approvato dall’autorità tutoria o dal giudice oppure una sentenza che fissi contributi alimentari. Ciò vale pure nel caso di genitori concubini che versano in ottime condizioni economiche l’autorità tutoria deve attivarsi così in favore del figlio e adoperarsi per la firma di un contratto di mantenimento.

Anche la dottrina più moderna, che vede nel concubinato stabile dei genitori un motivo per evitare l’intervento dell’autorità tutoria, ammette, del resto, che qualora i genitori rifiutino di regolare il mantenimento del figlio la nomina di un curatore “di mantenimento” diventa inevitabile. Se i genitori rifiutano di regolare il mantenimento del figlio, la nomina di un curatore “di mantenimento” diventa quindi inevitabile, così che per finire il giudice disciplinerà per sentenza il mantenimento del figlio.

Gli effetti della sentenza saranno sospesi fintanto che dura il concubinato.

 

Suddivisione degli averi previdenziali in caso di divorzio

Secondo l’articolo 122 CC, se un coniuge o ambedue i coniugi sono affiliati a un istituto di previdenza professionale e se non è sopraggiunto alcun caso d’assicurazione, ogni coniuge ha diritto alla metà della prestazione d’uscita dell’altro calcolata per la durata del matrimonio secondo le disposizioni della legge del 17 dicembre 1993  sul libero passaggio.

Se i coniugi hanno crediti reciproci, deve essere divisa soltanto ladifferenza fra questi due crediti.

In una sentenza del 30 agosto 2004 (DTF 131 III 1), il Tribunale federale ha stabilito che qualora il coniuge per il quale è sopraggiunto il caso di previdenza disponga quale attivo unicamente di una rendita, l’indennità dovuta all’altro coniuge è da stabilire sotto forma di rendita e non di prestazione in capitale.

Il Tribunale federale ha stabilito pure che quando il caso di previdenza è sorto molti anni prima del divorzio, l’ammontare della rendita non viene determinato sulla base dei principi dell’art. 122 CC (divisione a metà di un capitale di previdenza ipotetico. Determinanti in siffatti casi sono soprattutto i concreti bisogni di previdenza dei due coniugi.