Locazione: contestazione della pigione iniziale – presunzione

Sul tema della contestazione della pigione iniziale, il Tribunale federale ha stabilito, precisando la propria giurisprudenza, che vi è una presunzione di fatto secondo la quale è abusiva una pigione iniziale aumentata in un modo massivo, nettamente superiore al 10 %, senza che ciò possa essere spiegato con l’evoluzione del tasso d’interesse di riferimento o dell’indice svizzero dei prezzi al consumo (precisazione della giurisprudenza; consid. 3.3).

Per invalidare la presunzione di abusività, e invalidare la contestazione della pigione iniziale, la locatrice deve suscitare giustificati dubbi sulla sua correttezza (precisazione della giurisprudenza; consid. 4.2 e 4.3).

Secondo la BGE 147 III 431, quando il canone iniziale è stato aumentato in modo massiccio rispetto al canone del precedente inquilino, si presume che il canone sia abusivo.

Spetta quindi al locatore indebolire questa presunzione sollevando dubbi fondati sulla sua veridicità.

A tal fine, nella procedura di contestazione della pigione iniziale il locatore può presentare statistiche che non soddisfano pienamente i criteri di cui all’art. 11 cpv. 4 OLAL; può anche presentare abitazioni comparative, che non devono essere esaminate con lo stesso rigore di quando si tratta di dimostrare che il canone di locazione è – o non è – entro i limiti dei canoni usuali nella località o nel quartiere (cfr. considerando 4.3).

Nel contesto dell’indebolimento della presunzione, nel caso di immobili di confronto, è sufficiente escludere, tra gli immobili presentati, quelli che non sono chiaramente comparabili con l’immobile di riferimento (considerando 4.4.2 e 4.4.3).

Il Tribunale federale sottolinea che la giurisprudenza secondo cui le abitazioni con differenze significative nell’esposizione al rumore non sono comparabili riguarda principalmente la prova rigorosa e non l’indebolimento della presunzione di iniquità (considerando 4.4.3).

Inoltre, il fatto che il contratto di locazione precedente fosse di lunga durata deve essere preso in considerazione per determinare se il locatore sia riuscito a sollevare dubbi fondati sulla presunzione che la pigione iniziale è abusiva (considerando 4.5.2).


Nel caso in esame, il Tribunale federale – a differenza dei tribunali precedenti – ha ritenuto che il locatore fosse effettivamente riuscito a sollevare dubbi fondati sulla presunzione di iniquità del canone di locazione (cfr. considerando 5.4).

Di conseguenza, la presunzione cade e l’inquilino deve fornire una prova rigorosa del fatto che il canone di locazione iniziale contestato non corrisponde agli affitti abituali nel quartiere ed è irragionevole, utilizzando statistiche che soddisfano i criteri dell’art. 11 comma 4 OLAL o presentando cinque abitazioni di confronto. Poiché l’inquilino non ha fornito tale prova, l’affitto iniziale (fissato a 1.060 franchi netti) deve essere considerato non irragionevole (cfr. considerando 6 e seguenti).

Risarcimento danni – Le spese di patrocinio sorte in un procedimento penale possono essere fatte valere in un procedimento civile come danno?

Secondo l’art. 41 CO, chiunque è tenuto a riparare il danno illecitamente cagionato ad altri sia con intenzione, sia per negligenza od imprudenza.

Le spese di patrocinio, ossia le spese per l’avvocato, di in un procedimento penale nel quale il danneggiato era imputato possono di principio essere fatte vale quale elemento del danno, ritenuto che il procedimento penale può servire a chiarire questioni attinenti alla responsabilità.

Tuttavia, occorre tener conto del fatto che in simili casi le spese di patrocinio sostenute dal danneggiato servono principalmente alla sua difesa e non all’accertamento (nei confronti del
convenuto civilmente) della responsabilità e del danno.

Di conseguenza, tali spese possono essere prese in considerazione in sede civile, quali
elemento del danno, solo in misura parziale. Condizione essenziale per il
risarcimento è poi che l’assistenza legale sia giustificata, necessaria è
appropriata (cfr. DTF 117 II 101).


IICCA 24.11.2022 N. 12.2022.111

Perdita del controllo dello scooter, caduta e revoca della licenza di condurre

Una sentenza del Tribunale amministrativo recentemente pubblicata riassume alcuni principi che riguardano la revoca della patente dopo una caduta con uno scooter (o una moto).

I fatti:

Il conducente, mentre circolava ad una velocità di 55 km/h (laddove vige un limite di 80 km/h), giunto a una leggera curva a sinistra ha frenato ma, a causa dell’asfalto bagnato e molto scivoloso, si è inserito l’ABS e lo scooter ha iniziato a scivolare in senso rettilineo, andando a sbattere prima contro il marciapiede sul lato destro della strada e collidendo poi contro un albero fuori dalla carreggiata. Il conducente ha precisato di non avere mai invaso la carreggiata opposta.

A seguito di questi avvenimenti,  il competente procuratore pubblico ha ritenuto il conducente colpevole di infrazione alle norme della circolazione ai sensi dell’art. 90 cpv. 1 della legge federale sulla circolazione stradale del 19 dicembre 1958 (LCStr; RS 741.01) per avere, nell’effettuare una curva per lui leggermente piegante a sinistra, a causa del manto stradale bagnato, negligentemente perso la padronanza di guida, con la conseguenza che il motoveicolo è dapprima scivolato contro il marciapiede ivi esistente sul lato destro per poi cozzare contro un albero presente al di fuori della carreggiata. Ne ha quindi proposto la condanna al pagamento di una multa di fr. 200.-. Tale decisione non è stata impugnata.

A seguito della condanna, la Sezione della circolazione gli ha revocato la licenza di condurre per la durata di 4 mesi.

Il conducente ha quindi impugnato questa revoca, sostenendo di che il manto stradale era solo umido e l’assenza di qualsiasi colpa o negligenza.

Considerazioni dell’autorità di ricorso:

Il ricorso è stato respinto e la revoca confermata. Ciò in base alle considerazioni che seguono.

In primo luogo, il Tribunale ha ricordato che, per costante giurisprudenza, l’autorità amministrativa è di principio vincolata all’accertamento dei fatti operato in sede penale, sicché ha ritenuto che il conducente non potesse più contestare le condizioni della strada sostenendo che il manto stradale fosse solo umido (e non bagnato).

Questa considerazione è importante. Essa implica che quando l’interessato sa o, vista la gravità dell’infrazione rimproveratagli dall’autorità penale, deve prevedere che nei suoi confronti sarà avviato anche un procedimento amministrativo di revoca della licenza di condurre, deve far valere nel contesto del procedimento penale i diritti garantiti alla difesa. Se non lo fa, o vi ha rinuncia, non può più contestare i fatti (segnatamente nel caso concreto le condizioni del manto stradale) così come stabiliti dalle autorità penali.

Le infrazioni delle prescrizioni sulla circolazione stradale per le quali non è applicabile la procedura prevista dalla legge sulle multe disciplinari comportano la revoca della licenza di condurre oppure l’ammonimento del conducente (art. 16 cpv. 2 LCStr). Per stabilire la durata della revoca devono essere considerate le circostanze del singolo caso, segnatamente il pericolo per la circolazione, la colpa, la reputazione dell’interessato in quanto conducente di veicoli a motore e la sua necessità professionale di fare uso del veicolo. La durata minima della revoca non può tuttavia essere ridotta (art. 16 cpv. 3 LCStr).

La “nuova” LCStr prevede una durata minima della revoca a dipendenza dell’importanza dell’infrazione commessa (lieve, art. 16a; medio grave, art. 16b; grave, art. 16c) e dei precedenti dell’interessato. In particolare, commette un’infrazione medio grave colui che, violando le norme della circolazione, cagiona un pericolo per la sicurezza altrui o assume il rischio di detto pericolo (art. 16b cpv. 1 lett. a LCStr).

Dal profilo oggettivo, perdendo il controllo del veicolo, scivolando contro il marciapiede e uscendo poi di strada, l’insorgente ha violato fondamentali norme a tutela della sicurezza stradale (quali sono quelle che impongono al conducente di prestare tutta l’attenzione possibile alla strada e di padroneggiare costantemente la sua vettura, in modo da potersi conformare ai suoi doveri di prudenza).

La perdita di padronanza del veicolo, avvenuta alla velocità dichiarata di 55 km/h, ha creato una messa in pericolo astratta accresciuta della sicurezza del traffico (almeno) medio grave.

Se, anziché uscire di strada sul lato destro della carreggiata, il veicolo del ricorrente (ormai fuori controllo) avesse invaso la corsia di contromano, avrebbe infatti potuto provocare una grave collisione con eventuali veicoli provenienti in senso inverso e mettere così concretamente in pericolo o addirittura ledere gravemente l’incolumità di eventuali altri utenti della strada (cfr. STF 1C_592/2018 del 27 giugno 2019 consid. 3.3)

Nel “nuovo” diritto, un’infrazione lieve è data soltanto in presenza di un pericolo minimo per la sicurezza altrui e, cumulativamente, di una colpa leggera.

Tempestività della notifica dei difetti

L’art. 367 cpv. 1 CO prevede che, seguita la consegna dell’opera, il committente, appena lo consenta l’ordinario corso degli affari, deve verificare lo stato e segnalarne all’appaltatore i difetti.

Qualora i difetti si manifestassero soltanto più tardi, dovrà esserne dato avviso appena questi siano stati scoperti, altrimenti l’opera si ritiene approvata nonostante i difetti stessi (art. 370 cpv. 3 CO).

La legge instaura quindi una finzione di accettazione dell’opera nel caso in cui il committente omette di segnalare tempestivamente i difetti, liberando da ogni responsabilità l’appaltatore per quelli annunciati tardivamente (cfr. TF 4A_251/2018 dell’11 settembre 2018 consid. 3.1).

Il committente deve dare l’avviso dei difetti “tosto” la loro scoperta. Può concedersi un breve periodo di riflessione, ma deve decidersi rapidamente. Le circostanze del caso concreto, e in particolare la natura del difetto, sono determinanti per valutare se ha agito in tempo utile (cfr. DTF 118 II 142 consid. 3b, 131 III 145 consid. 7.2) e non sussiste alcuna regola generale che giustifica di richiedere in maniera rigida, a protezione dell’appaltatore, che il committente proceda a una segnalazione entro 7 giorni dalla scoperta del difetto.

In maniera generale può però essere preteso un termine breve per reclamare, qualora sussista il pericolo che, attendendo a notificare il difetto, il danno aumenti (cfr. TF 4A_399/2018 dell’8 febbraio 2019 consid. 3.2).

Un difetto è considerato scoperto se il committente ne constata l’esistenza con certezza in modo da poter formulare un reclamo sufficientemente motivato.

Ciò presuppone che possa misurarne l’importanza ed estensione. I difetti occulti di una cosa si ritengono scoperti al momento in cui il committente acquista la certezza della loro esistenza.

Quelli che appaiono progressivamente, nel senso che la loro estensione e la loro intensità aumentano poco a poco, non si reputano dunque scoperti già quando si manifestano i primi indizi, bensì solo quando il committente sia in grado di rilevarne l’importanza e la portata, ciò al fine di evitare che – per non perdere i suoi diritti – questi comunichi ogni bagattella all’appaltatore.

Il committente è tenuto a segnalare il difetto solo quando gli sia noto (o debba essergli noto, secondo la buona fede) ch’esso costituisce un inadempimento del contratto e non un fenomeno usuale, che non rappresenta una difformità contrattuale (cfr. DTF 117 II 425 consid. 2, 131 III 145 consid. 7.2).

Il committente non è obbligato a rivolgersi a un esperto, ma può effettuare la segnalazione sulla base di una semplice supposizione, prima che il difetto sia stato constatato con certezza e dunque prima ancora che il termine in discussione cominci a decorrere (cfr. TF 4A_293/2017 del 13 febbraio 2018 consid. 2.2.3).

Nel suo avviso il committente deve indicare quali difetti ha scoperto, nonché esprimere la volontà di non riconoscere che l’opera è conforme al contratto e di renderne l’appaltatore responsabile.

Occorre una certa precisione per quanto concerne la descrizione del difetto, una generica esternazione d’insoddisfazione non essendo sufficiente (cfr. TF 4A_251/2018 dell’11 settembre 2018 consid. 3.2). Basta per contro indicare gli effetti negativi riscontrati (cfr. TF 4A_82/2008 del 29 aprile 2009 consid. 6.1; cfr. pure, sull’intera tematica, TF 4A_205/2020 del 13 luglio 2021 consid. 3).

Valuta in cui far valere una pretesa di risarcimento danni

Nella sentenza DTF 134 III 151, discostandosi da una giurisprudenza precedente più flessibile, il Tribunale federale ha stabilito, sulla base dell’art. 84 cpv. 1 CO,
che il creditore con un credito contrattualmente dovuto in euro, nella fattispecie un credito per la restituzione di un prestito denominato in euro, deve presentare le proprie domande di giudizio in euro (considerando 2).

Ciò in quanto l’art. 84 cpv. 2 CO dà unicamente al debitore la possibilità di saldare il proprio debito in franchi svizzeri, ma il creditore non ha questa possibilità

Nella sentenza DTF 137 III 158, poi, il Tribunale federale ha esteso la giurisprudenza sviluppata per i crediti in valuta estera fissati contrattualmente a tutte le richieste di risarcimento danni, sia contrattuali che extracontrattuali, ritenendo che l’art. 84 cpv. 1 CO si applichi a tutti i debiti di denaro, indipendentemente dalla loro causa (considerando 3.1).

Di conseguenza, visto che lo scopo di una richiesta di risarcimento danni è quello di compensare l’effettiva perdita di valore subita dal patrimonio del creditore, quest’ultimo deve formulare la sua richiesta nella valuta dello Stato in cui si è verificata la riduzione del patrimonio, ossia la valuta del suo domicilio o della sua sede legale (DTF 137 III 158 considerando 3.2.2).

Ad esempio, se un residente in Italia chiede un risarcimento danni a un ospedale svizzero in cui è stato curato, la richiesta deve formularla in Euro.

Le richieste di risarcimento erroneamente presentate in franchi svizzeri devono essere respinte. Il tribunale deve constatare l’inesistenza del credito e respingere l’azione per violazione dell’art. 84 cpv. 1 CO (DTF 134 III 151, cpv. 2; sentenza 4A_200/2019, cpv. 5).

Tuttavia, il creditore può proporre una nuova azione in valuta estera. Questo perché, per quanto riguarda l’eccezione di crescita in giudicato del precedente giudizio, l’oggetto della nuova azione, denominato in valuta estera, non è identico a quello oggetto della prima sentenza, espresso in franchi svizzeri.

Deduzione fiscale delle spese di trasporto: condizioni per la deduzione delle spese di trasporto con mezzo privato (automobile o moto)

In merito alla deduzione fiale de spese di trasporto, va avantutto precisato che deducibili fiscalmente sono le spese causate al contribuente per trasferirsi dal luogo di domicilio a quello in cui lavora. La questione di sapere se accordare la deduzione per l’uso dell’automobile o quella per l’uso dei mezzi pubblici va in definitiva risolta secondo il criterio dell’idoneità: l’uso del veicolo non deve apparire come una decisione di comodo ma risultare la soluzione più adatta e ragionevole

Le spese di trasporto con un veicolo privato sono considerate necessarie per l’acquisizione del reddito solo se non si può ragionevolmente pretendere dal contribuente che si serva di un mezzo pubblico. Ciò si verifica in particolare se l’interessato è infermo o cagionevole, se la fermata del mezzo pubblico è molto distante dal domicilio o dal luogo di lavoro oppure se l’attività lucrativa inizia o termina ad orari incompatibili con l’orario dei mezzi di trasporto pubblici o ancora se il contribuente dipende da un veicolo per l’esercizio della professione (cfr. p. es. la sentenza del 9 luglio 2012 n.2C_807/2011, consid. 2.3.1 e giurisprudenza citata). A queste condizioni, l’uso del mezzo privato appare necessario e i relativi costi sono pertanto deducibili.

Se per contro non sono adempiuti tali criteri, i costi che eccedono quelli per l’uso del mezzo pubblico costituiscono spese per il mantenimento personale, non deducibili!

Responsabilità dell’organo societario: estensione e limitazione del potere di rappresentare la società allo scopo sociale?

Secondo l’art. 718a CO, le persone autorizzate a rappresentare la società possono fare, in nome di essa, tutti gli atti conformi al fine sociale. Una limitazione di questo potere di rappresentanza è senza effetto per i terzi di buona fede, ad eccezione delle clausole iscritte nel registro di commercio che regolano la rappresentanza esclusiva della sede principale o di una succursale o la rappresentanza in comune della società.

Nei confronti di un terzo in buona fede, l’art. 718a CO viene interpretato in modo esteso, sia per sua tutela, sia a protezione del commercio giuridico, nel senso che la società, tramite l’agire dell’organo, viene vincolata non solo per quanto riguarda negozi giuridici utili, rispettivamente che rientrano nell’attività abituale della società, bensì pure per quelli inconsueti che coinvolgono anche solo indirettamente lo scopo sociale e che potrebbero obiettivamente promuoverlo, ovvero che non sono da questi espressamente esclusi (DTF 4A_617/2013, consid. 5.1; DTF 111 II 284, consid. 3b; Watter, in: Honsell/Vogt/Watter [ed.], Basler Kommentar OR II, 2016, n. 2 seg. ad art. 718a CO). 

Tali negozi sono dunque vincolanti per la società indipendentemente da sue concrete direttive o prassi che il terzo non poteva conoscere (DTF 4A_147/2014 del 19 novembre 2014, consid. 3.2.5; DTF 4A_617/2013, consid. 5.1). 

Ciò vale a livello esterno (“Vertretungsmacht”, “rechtliches Können”), ma non a livello interno, siccome un organo che ha il potere di vincolare la società tramite determinati atti non è necessariamente autorizzato a farlo. 

In altri termini, il potere di rappresentanza è spesso più esteso delle facoltà e delle autorizzazioni interne. 

Queste limitazioni possono essere previste nelcontratto di lavoro, nei regolamenti, nelle direttive, tramite istruzioni o anche implicitamente dall’organizzazione e dal campo di attività della società. 

Determinati atti giuridici possono pertanto costituire un abuso del potere di rappresentanza anche se non espressamente vietati, poiché contravvengono alla volontà presunta della società e ai suoi scopi.

Ciò presuppone un esame delle circostanze del caso concreto, per accertare se l’organo potesse in buona fede ritenere il negozio giuridico stipulato conforme allo scopo sociale oppure in grado di promuoverlo. 

Nella misura in cui ciò sia negato, ne consegue una violazione dei doveri dell’organo e può far sorgere una sua responsabilità per i danni causati alla società, soprattutto laddove l’atto concluso in suo nome è per essa vincolante. 

Disdetta dell‘abitazione familiare

La legge contiene diverse norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

In particolare, un coniuge non può, senza l’esplicito consenso dell’altro, disdire un contratto di locazione, vendere la casa o l’appartamento familiare.

Ciò anche se è l‘unico intestatario del contratto di locazione, rispettivamente il proprietario dell‘immobile.

Visto l‘importanza dell‘abitazione familiare, è chiaramente positivo che vi siano norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

Secondo l’art. 273a CO, quando la cosa affittata funge da abitazione di famiglia, il coniuge non inquilino può anche opporsi alla disdetta agendo da solo contro il locatore. Questa disposizione non è però applicabile per analogia quando i coniugi sono entrambi inquilini. In questo caso, essi costituiscono una consorzio necessario e devono pertanto agire insieme contro la disdetta (articoli 271 e 271a CO).

Quando solo un coniuge intende contestare la disdetta, esso deve agire sia contro il locatore che contro il coniuge che non intende opporsi alla disdetta. Se non lo fa, gli viene negata la legittimazione attiva.

In una sentenza recentissima del 31 luglio 2019, il Tribunale federale ha deciso che in quel caso concreto la locatrice che invoca l’assenza di legittimazione attiva quando intendeva disdire il contratto di locazione solo nei confronti dell’inquilino che aveva contestato la disdetta, viola l’art. 2 al. 2 CC sul divieto di abuso di diritto.

Diritto in materia di prescrizione migliore e più semplice

Il diritto in materia di prescrizione attuale non è uniforme ed è complesso. Ciò pregiudica la chiarezza e la certezza del diritto. Inoltre, alcuni termini di prescrizione sono troppo brevi (in particolare il termine di prescrizione di un anno nel diritto in materia di atti illeciti).

Nel caso di pretese derivanti dai cosiddetti danni tardivi, che si verificano molti anni dopo l’evento dannoso (si pensi ad esempio ai danni alla salute provocati dal contatto con l’amianto), anche il termine di prescrizione assoluto di 10 anni può rilevarsi troppo breve. 

La revisione di legge proposta dal Consiglio federale, che entrerà in vigore nel 2020, prevede quindi in particolare un prolungamento del termine di prescrizione relativo da uno a tre anni nel diritto in materia di reati (atti illeciti) e di indebito arricchimento. Il termine decorre dal momento in cui la persona danneggiata è a conoscenza del danno e del responsabile. 

È inoltre previsto un termine di prescrizione assoluto speciale di 30 anni per le azioni risultanti da danni alle persone, in modo da evitare che, come ora, l’azione di risarcimento non sia possibile a causa della prescrizione. 

Il nuovo termine si applica alle azioni risultanti sia da contratto che da atti illeciti. Decorre dal momento in cui avviene o termina il comportamento che ha causato il danno, anche nel caso in cui la persona danneggiata non ha ancora conoscenza del danno.

Verrà anche abrogata la disposizione di legge che prevede un termine di prescrizione di cinque anni per alcune pretese (segnatamente di affitto e salariali): in futuro queste pretese contrattuali saranno soggette al termine di prescrizione generale di 10 anni. 

La revisione del termine di prescrizione straordinario per le azioni risultanti da atti punibili garantisce infine che le azioni civili proposte in seguito alla commissione di un atto punibile non vengano prescritte fintanto che non sia scaduto un eventuale termine di prescrizione più lungo del diritto penale.

La revisione di legge proposta precisa le condizioni alle quali il debitore può rinunciare all’eccezione di prescrizione. Inoltre, l’elenco dei motivi d’impedimento e di sospensione viene adeguato e moderatamente esteso. Le parti potranno in particolare concordare che il termine di sospensione non decorra o rimanga sospeso durante i colloqui tesi al raggiungimento di un accordo transattivo.

Dato che i termini di prescrizione di crediti non sono disciplinati soltanto nel CO, bensì anche in numerose leggi speciali, queste ultime vengono adeguate alla nuova normativa se sono strettamente legate alle disposizioni del CO riviste. 

Nel contempo, le disposizioni delle leggi speciali sui termini di prescrizione vengono, nei limiti del possibile, armonizzate e moderatamente adattate alle disposizioni del CO. 

Lo scopo è quello di raggiungere una maggiore uniformità e coerenza possibile dell’ordinamento giuridico.

Per quanto riguarda il diritto transitorio, i nuovi termini di prescrizione si applicheranno se il nuovo diritto prevede termini più lunghi rispetto a quello anteriore, ma soltanto se il termine di prescrizione del diritto anteriore non è ancora scaduto.

Diritto in materia di prescrizione migliore e più semplice

L’attuale diritto  in materia di prescrizione non è uniforme ed è complesso. Ciò pregiudica la chiarezza e la certezza del diritto. Inoltre, nel diritto attuale alcuni termini di prescrizione sono troppo brevi, in particolare il termine di prescrizione di un anno nel diritto in materia di atti illeciti. 

Nel caso poi delle pretese risultanti dai cosiddetti danni tardivi, che si verificano anni dopo l’evento dannoso (si pensi ad esempio ai danni alla salute provocati dal contatto con l’amianto), pure il termine di prescrizione assoluto di 10 anni può rilevarsi troppo breve. 

La revisione di legge proposta dal Consiglio federale, che entrerà in vigore nel 2020, prevede quindi un prolungamento del termine di prescrizione relativo da uno a tre anni nel diritto in materia di reati (atti illeciti) e di indebito arricchimento. Il termine decorre dal momento in cui la persona danneggiata è a conoscenza del danno e del responsabile. 

È inoltre previsto un termine di prescrizione assoluto speciale di 30 anni per le azioni risultanti da danni alle persone, in modo da evitare che, come ora, l’azione di risarcimento non sia possibile a causa della prescrizione. 

Il nuovo termine si applica alle azioni risultanti da atti illeciti. Esso, decorrerà dal momento in cui avviene o termina il comportamento che ha causato il danno, anche nel caso in cui la persona danneggiata non ha ancora conoscenza del danno.

Verrà anche abrogata la disposizione di legge che prevede un termine di prescrizione di cinque anni per alcune pretese (segnatamente di affitto e salariali): in futuro queste pretese contrattuali saranno soggette al termine di prescrizione generale di 10 anni. 

La revisione del termine di prescrizione straordinario per le azioni risultanti da atti punibili garantirà infine che le azioni civili proposte in seguito alla commissione di un atto punibile non vengano prescritte fintanto che non sia scaduto un eventuale termine di prescrizione più lungo del diritto penale.

La revisione di legge proposta precisa poi le condizioni alle quali il debitore può rinunciare all’eccezione di prescrizione. Inoltre, l’elenco dei motivi d’impedimento e di sospensione viene adeguato e moderatamente esteso. Le parti potranno in particolare concordare che il termine di sospensione non decorra o rimanga sospeso durante i colloqui tesi al raggiungimento di un accordo transattivo.

Dato che i termini di prescrizione di crediti non sono disciplinati soltanto nel CO, bensì anche in numerose leggi speciali, queste ultime vengono adeguate alla nuova normativa se sono strettamente legate alle disposizioni del CO riviste. 

Nel contempo, le disposizioni delle leggi speciali sui termini di prescrizione vengono, nei limiti del possibile, armonizzate e moderatamente adattate alle disposizioni del CO. 

Lo scopo è quello di raggiungere una maggiore uniformità e coerenza possibile dell’ordinamento giuridico.

Per quanto riguarda il diritto transitorio, i nuovi termini di prescrizione si applicheranno se il nuovo diritto prevede termini più lunghi rispetto a quello anteriore, ma soltanto se il termine di prescrizione del diritto anteriore non è ancora scaduto