Risarcimento danni – Le spese di patrocinio sorte in un procedimento penale possono essere fatte valere in un procedimento civile come danno?

Secondo l’art. 41 CO, chiunque è tenuto a riparare il danno illecitamente cagionato ad altri sia con intenzione, sia per negligenza od imprudenza.

Le spese di patrocinio, ossia le spese per l’avvocato, di in un procedimento penale nel quale il danneggiato era imputato possono di principio essere fatte vale quale elemento del danno, ritenuto che il procedimento penale può servire a chiarire questioni attinenti alla responsabilità.

Tuttavia, occorre tener conto del fatto che in simili casi le spese di patrocinio sostenute dal danneggiato servono principalmente alla sua difesa e non all’accertamento (nei confronti del
convenuto civilmente) della responsabilità e del danno.

Di conseguenza, tali spese possono essere prese in considerazione in sede civile, quali
elemento del danno, solo in misura parziale. Condizione essenziale per il
risarcimento è poi che l’assistenza legale sia giustificata, necessaria è
appropriata (cfr. DTF 117 II 101).


IICCA 24.11.2022 N. 12.2022.111

Perdita del controllo dello scooter, caduta e revoca della licenza di condurre

Una sentenza del Tribunale amministrativo recentemente pubblicata riassume alcuni principi che riguardano la revoca della patente dopo una caduta con uno scooter (o una moto).

I fatti:

Il conducente, mentre circolava ad una velocità di 55 km/h (laddove vige un limite di 80 km/h), giunto a una leggera curva a sinistra ha frenato ma, a causa dell’asfalto bagnato e molto scivoloso, si è inserito l’ABS e lo scooter ha iniziato a scivolare in senso rettilineo, andando a sbattere prima contro il marciapiede sul lato destro della strada e collidendo poi contro un albero fuori dalla carreggiata. Il conducente ha precisato di non avere mai invaso la carreggiata opposta.

A seguito di questi avvenimenti,  il competente procuratore pubblico ha ritenuto il conducente colpevole di infrazione alle norme della circolazione ai sensi dell’art. 90 cpv. 1 della legge federale sulla circolazione stradale del 19 dicembre 1958 (LCStr; RS 741.01) per avere, nell’effettuare una curva per lui leggermente piegante a sinistra, a causa del manto stradale bagnato, negligentemente perso la padronanza di guida, con la conseguenza che il motoveicolo è dapprima scivolato contro il marciapiede ivi esistente sul lato destro per poi cozzare contro un albero presente al di fuori della carreggiata. Ne ha quindi proposto la condanna al pagamento di una multa di fr. 200.-. Tale decisione non è stata impugnata.

A seguito della condanna, la Sezione della circolazione gli ha revocato la licenza di condurre per la durata di 4 mesi.

Il conducente ha quindi impugnato questa revoca, sostenendo di che il manto stradale era solo umido e l’assenza di qualsiasi colpa o negligenza.

Considerazioni dell’autorità di ricorso:

Il ricorso è stato respinto e la revoca confermata. Ciò in base alle considerazioni che seguono.

In primo luogo, il Tribunale ha ricordato che, per costante giurisprudenza, l’autorità amministrativa è di principio vincolata all’accertamento dei fatti operato in sede penale, sicché ha ritenuto che il conducente non potesse più contestare le condizioni della strada sostenendo che il manto stradale fosse solo umido (e non bagnato).

Questa considerazione è importante. Essa implica che quando l’interessato sa o, vista la gravità dell’infrazione rimproveratagli dall’autorità penale, deve prevedere che nei suoi confronti sarà avviato anche un procedimento amministrativo di revoca della licenza di condurre, deve far valere nel contesto del procedimento penale i diritti garantiti alla difesa. Se non lo fa, o vi ha rinuncia, non può più contestare i fatti (segnatamente nel caso concreto le condizioni del manto stradale) così come stabiliti dalle autorità penali.

Le infrazioni delle prescrizioni sulla circolazione stradale per le quali non è applicabile la procedura prevista dalla legge sulle multe disciplinari comportano la revoca della licenza di condurre oppure l’ammonimento del conducente (art. 16 cpv. 2 LCStr). Per stabilire la durata della revoca devono essere considerate le circostanze del singolo caso, segnatamente il pericolo per la circolazione, la colpa, la reputazione dell’interessato in quanto conducente di veicoli a motore e la sua necessità professionale di fare uso del veicolo. La durata minima della revoca non può tuttavia essere ridotta (art. 16 cpv. 3 LCStr).

La “nuova” LCStr prevede una durata minima della revoca a dipendenza dell’importanza dell’infrazione commessa (lieve, art. 16a; medio grave, art. 16b; grave, art. 16c) e dei precedenti dell’interessato. In particolare, commette un’infrazione medio grave colui che, violando le norme della circolazione, cagiona un pericolo per la sicurezza altrui o assume il rischio di detto pericolo (art. 16b cpv. 1 lett. a LCStr).

Dal profilo oggettivo, perdendo il controllo del veicolo, scivolando contro il marciapiede e uscendo poi di strada, l’insorgente ha violato fondamentali norme a tutela della sicurezza stradale (quali sono quelle che impongono al conducente di prestare tutta l’attenzione possibile alla strada e di padroneggiare costantemente la sua vettura, in modo da potersi conformare ai suoi doveri di prudenza).

La perdita di padronanza del veicolo, avvenuta alla velocità dichiarata di 55 km/h, ha creato una messa in pericolo astratta accresciuta della sicurezza del traffico (almeno) medio grave.

Se, anziché uscire di strada sul lato destro della carreggiata, il veicolo del ricorrente (ormai fuori controllo) avesse invaso la corsia di contromano, avrebbe infatti potuto provocare una grave collisione con eventuali veicoli provenienti in senso inverso e mettere così concretamente in pericolo o addirittura ledere gravemente l’incolumità di eventuali altri utenti della strada (cfr. STF 1C_592/2018 del 27 giugno 2019 consid. 3.3)

Nel “nuovo” diritto, un’infrazione lieve è data soltanto in presenza di un pericolo minimo per la sicurezza altrui e, cumulativamente, di una colpa leggera.

Deduzione fiscale delle spese di trasporto: condizioni per la deduzione delle spese di trasporto con mezzo privato (automobile o moto)

In merito alla deduzione fiale de spese di trasporto, va avantutto precisato che deducibili fiscalmente sono le spese causate al contribuente per trasferirsi dal luogo di domicilio a quello in cui lavora. La questione di sapere se accordare la deduzione per l’uso dell’automobile o quella per l’uso dei mezzi pubblici va in definitiva risolta secondo il criterio dell’idoneità: l’uso del veicolo non deve apparire come una decisione di comodo ma risultare la soluzione più adatta e ragionevole

Le spese di trasporto con un veicolo privato sono considerate necessarie per l’acquisizione del reddito solo se non si può ragionevolmente pretendere dal contribuente che si serva di un mezzo pubblico. Ciò si verifica in particolare se l’interessato è infermo o cagionevole, se la fermata del mezzo pubblico è molto distante dal domicilio o dal luogo di lavoro oppure se l’attività lucrativa inizia o termina ad orari incompatibili con l’orario dei mezzi di trasporto pubblici o ancora se il contribuente dipende da un veicolo per l’esercizio della professione (cfr. p. es. la sentenza del 9 luglio 2012 n.2C_807/2011, consid. 2.3.1 e giurisprudenza citata). A queste condizioni, l’uso del mezzo privato appare necessario e i relativi costi sono pertanto deducibili.

Se per contro non sono adempiuti tali criteri, i costi che eccedono quelli per l’uso del mezzo pubblico costituiscono spese per il mantenimento personale, non deducibili!

Disdetta dell‘abitazione familiare

La legge contiene diverse norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

In particolare, un coniuge non può, senza l’esplicito consenso dell’altro, disdire un contratto di locazione, vendere la casa o l’appartamento familiare.

Ciò anche se è l‘unico intestatario del contratto di locazione, rispettivamente il proprietario dell‘immobile.

Visto l‘importanza dell‘abitazione familiare, è chiaramente positivo che vi siano norme per la protezione contro la disdetta dell‘abitazione familiare.

Secondo l’art. 273a CO, quando la cosa affittata funge da abitazione di famiglia, il coniuge non inquilino può anche opporsi alla disdetta agendo da solo contro il locatore. Questa disposizione non è però applicabile per analogia quando i coniugi sono entrambi inquilini. In questo caso, essi costituiscono una consorzio necessario e devono pertanto agire insieme contro la disdetta (articoli 271 e 271a CO).

Quando solo un coniuge intende contestare la disdetta, esso deve agire sia contro il locatore che contro il coniuge che non intende opporsi alla disdetta. Se non lo fa, gli viene negata la legittimazione attiva.

In una sentenza recentissima del 31 luglio 2019, il Tribunale federale ha deciso che in quel caso concreto la locatrice che invoca l’assenza di legittimazione attiva quando intendeva disdire il contratto di locazione solo nei confronti dell’inquilino che aveva contestato la disdetta, viola l’art. 2 al. 2 CC sul divieto di abuso di diritto.

Iscrizione provvisoria di ipoteca legale di artigiani e imprenditori: lavori eseguiti su più fondi e verosimile ammontare del pegno

Secondo l’art. 837, gli artigiani o imprenditori che hanno fornito materiali e lavoro, o lavoro soltanto, per una costruzione o per altre opere, per la demolizione delle stesse, il montaggio di impalcature, il consolidamento di scavi o lavori simili su un dato fondo, hanno diritto di iscrivere un’ipoteca legale a garanzia del loro credito.

L’iscrizione di un’ipoteca legale può però avvenire solamente per materiali e lavoro, o lavoro soltanto, destinati a un’opera eseguita su un determinato fondo.

In altri termini, il privilegio degli artigiani e imprenditori è dato solo per prestazioni eseguite su uno specifico immobile, in relazio­ne a un concreto progetto di costruzione.

Nella misura in cui materiali e lavoro, o lavoro soltanto, sono stati impiegati per un’opera eseguita su anche un altro fondo (fosse pure contiguo), va gravato quest’ultimo.

Non è di conseguenza possibile, salvo casi particolari, gravare di ipoteca legale un solo fondo per materiali e lavoro, o lavoro soltanto, destinati a un’opera eseguita su fondi diversi.

L’artigiano che ha lavorato su due o più immobili deve pertanto chiedere l’iscrizione di un’ipoteca legale sotto forma di pegno parziale gravante ogni singolo immobile per la frazione del credito di cui il proprietario risponde (art. 798 cpv. 2 CC), e ciò a prescindere dal fatto che l’artigiano o l’imprenditore abbia compiuto il lavoro sulla base di uno o più contratti.

E’ compito dell’artigiano allestire un conteg­gio separato per ogni fondo e fatturare i lavori separatamente, tanto riguardo all’ammontare del credito quanto all’ammontare della relativa garanzia.

Di conseguenza, di principio l’artigiano o l’imprenditore non può suddividere il costo del proprio intervento in modo astratto tra la superficie dei diversi fondi, né ripartire l’insieme delle sue prestazioni secondo la volumetria delle eventuali costruzioni, ma deve specificare quali prestazioni (materiali e lavoro, o lavoro soltanto) sono stati eseguiti per un determinato fondo e a quale prezzo.

La pattuizione di costi globali o forfettari non lo esonerano da tale obbligo.

Questi principi si applicano non solo alle iscrizioni definitive, ma anche alle iscrizioni provvisorie, sebbene cifrare l’ammontare del pegno per queste ultime possa apparire difficile anche considerata l’esigenza di ottenere l’iscrizione entro quattro mesi e l’impossibilità di aumentare in seguito l’ammontare della garanzia iscritta.

Con riferimento alla questione della verosimiglianza del credito, va evidenziato che l’artigiano o imprenditore che intende ottenere l’iscrizione provvisoria di un’ipote­ca legale deve rendere verosimile l’entità delle prestazioni e delle forniture eseguite.

Visto che la procedura di iscrizione provvisoria è sommaria, il giudice non pone esigen­ze trop­po severe al riguardo e, in caso di dubbio, ordina l’iscrizione provvisoria e rinvia la decisione sulla legittimità dell’ipoteca legale alla sentenza sull’iscrizione definitiva.

Va però osservato che la verosimiglianza non si può fondare solo su dichiarazioni della parte istante o su documenti da questa redatti unilateralmente (come bollettini o rapporti non firmati dal committente o da un suo rappresentante, richieste di anticipo o fatture), a meno che tali dichiarazioni o tali documenti non siano contestati.

Se sono contestati, spetta all’artigiano o imprenditore recare elementi che dimostrino il buon fondamento di quanto indicato dagli stessi, per esempio citando come testimoni chi ha allestito i bollettini o i rapporti che attestano i lavori eseguiti o gli operai che materialmente hanno svolto i lavori, chiamando a deporre il direttore dei lavori.

Decorrenza del termine per contestare una disdetta o per chiedere la protrazione di una locazione

Il termine per contestare una disdetta o per chiedere la protrazione di una locazione si calcola secondo la teoria della ricezione assoluta.

Secondo questa teoria, una manifestazione di volontà scritta produce i suoi effetti dal momento in cui la stessa entra nella sfera d’influenza del destinatario o del suo rappresentante, e ciò indipendentemente dal fatto che questi ne prenda effettivamente conoscenza o meno-

Ciò vuol dire, nel caso di un invio raccomandato, che se il destinatario non viene rintracciato al momento della distribuzione e il postino gli lascia un avviso di ritiro, la comunicazione è considerata ricevuta dal momento in cui il destinatario è in grado di prenderne possesso all’ufficio postale (DTF 137 III 208, consid. 3.1.2).

La teoria della ricezione relativa, valida invece in ambito procedurale, prevede invece che il giorno di ricezione di una comunicazione dipende dal momento in cui il destinatario riceve effettivamente la comunicazione. Nel caso di un invio raccomandato, è dunque determinante il momento in cui il destinatario prende in consegna la missiva o la ritira all’ufficio postale, oppure, in caso di mancato ritiro, l’ultimo dei 7 giorni di sua giacenza presso l’Ufficio postale (DTF 119 II 147, consid. 2)

Il Tribunale federale ha stabilito che non solo i termini di disdetta, ma anche i termini di 30 giorni di cui all’art. 273 CO per contestare una disdetta o per chiedere la protrazione della locazione sono termini di diritto materiale e, come tali, vanno regolati e computati secondo le regole pertinenti al diritto materiale.

Conseguentemente, l’Alta Corte ha sancito che il computo di detti termini debba avvenire secondo la teoria della ricezione assoluta (DTF 4A_293/2016 del 13 dicembre 2016, consid. 4.1; DTF 140 III 244, consid. 5.1; DTF 4A_471/2013 dell’11 novembre 2013, consid. 2; DTF 137 III 208, consid. 3.1.2).

In ambito locativo, il Tribunale federale ha ammesso alcune eccezioni, e meglio in relazione al termine di pagamento in caso di mora del conduttore di cui all’art. 257d cpv. 1 CO, come pure alla comunicazione di un aumento del canone di locazione (art. 269d CO). In questi casi il applica la teoria della ricezione relativa (DTF 107 II 189, consid. 2; DTF 119 II 147, consid. 2).

In generale, quindi, quando i termini sono previsti dal diritto materiale (codice civile o codice delle obbligazioni), essi decorrono da quando la comunicazione entra nella sfera d’influenza del destinatario, quindi in particolare dalla ricezione dell’avviso di ritiro della raccomandata e non dall’effettiva presa di conoscenza della comunicazione.

 

 

Termine per introdurre l’azione volta all’iscrizione definitiva dell’ipoteca legale degli artigiani e imprenditori – Termine sospeso dalle ferie giudiziarie?

Giusta l’art. 837 cpv. 1 cifra 3, i crediti di artigiani o imprenditori che avessero fornito materiali e lavoro, o lavoro soltanto, per una costruzione o per altre opere, per la demolizione delle stesse, il montaggio di impalcature, il consolidamento di scavi o lavori simili su un dato fondo danno diritto all’iscrizione di un’ipoteca legale degli artigiani e imprenditori nel registro fondiario a garanzia dei crediti medesimi.

L’iscrizione dell’ipoteca legale degli artigiani e imprenditori nel registro fondiario deve avvenire – e non solo essere chiesta – entro quattro mesi dal compimento del lavoro (art. 839 cpv. 2 CC). Il termine è salvaguardato se entro i quattro mesi l’artigiano o imprenditore ottiene almeno un’iscrizione provvisoria (art. 961 cpv. 1 n. 2 CC e art. 76 cpv. 3 ORF).

Se accoglie la richiesta di iscrizione provvisoria, il giudice deve fissare all’artigiano o imprenditore un termine per chiedere nelle vie ordinarie – senza conciliazione preventiva (art. 198 lett. h CPC) – l’iscrizione definitiva dell’ipoteca legale (art. 961 cpv. 3 CC), con la comminatoria che l’iscrizione provvisoria decadrà in caso di inosservanza del termine (come prescrive l’art. 263 CPC per i provvedimenti cautelari).

Il termine fissato dal giudice secondo l’art. 961 cpv. 3 CC è un termine previsto dal diritto materiale.

Ora, il computo dei termini previsti dal diritto materiale, in specie quelli perentori entro cui il Codice civile e il Codice delle obbligazioni impongono di promuovere causa, soggiace agli art. 75 segg. e 132 CO e non è di conseguenza sospeso dalle ferie giudiziarie secondo l’art. 145 cpv. 1 CPC. Trattandosi infatti di un termine di natura sostanziale, non può essere sospeso da disposizioni di procedura.

E’ consentito l’uso di strumenti informatici per consultare gli atti da parte dell’avvocato durante gli interrogatori di polizia?

Oggi, grazie alla digitalizzazione, un avvocato può trovare rapidamente i documenti rilevanti anche quando gli atti che costituiscono un incarto sono voluminosi (si pensi ad esempio alla documentazione bancaria). Per garantire una difesa efficiente è però indispensabile che l’uso di strumenti informatici per consultare gli atti da parte dell’avvocato sia consentito anche durante gli interrogatori di polizia.

Purtroppo, secondo le disposizioni di sicurezza 02.05.2016 della Polizia cantonale (emanate dal Comandante della Polizia cantonale e approvate dal procuratore generale del Ministero pubblico) applicabili a tutte le persone che accedono ai locali “securizzati” della Polizia cantonale, presso tutte le sedi ciò non sarebbe possibile.

Queste disposizioni di sicurezza sono state emesse allo scopo di evitare ogni e qualsiasi uso improprio di apparecchi elettronici da parte delle persone presenti (compresi difensori e interpreti), segnatamente per escludere registrazioni audio/video del verbale d’interrogatorio, riprese di immagini non autorizzate, comunicazioni online con terze persone non partecipanti all’interrogatorio, ecc., che possano mettere a rischio la sicurezza e la segretezza del procedimento penale.

La Camera dei reclami penali del Tribunale d’appello ha però recentemente indicato che l’obbligo di consegna dei mezzi elettronici da parte di tutte le persone presenti nei locali “securizzati”, che sostanzialmente si traduce nel divieto di utilizzare tali apparecchi, rappresenta una limitazione dei diritti delle parti e dei patrocinatori, che come tale deve fondarsi su di una base legale, essere giustificata da un interesse pubblico, ossequiare il principio della proporzionalità e non ledere in modo sostanziale il diritto limitato, specificando in particolare che la base legale di una tale limitazione deve consistere in una base legale in senso formale.

E’ quindi chiaro che il divieto d’uso di dispositivi informatici/elettronici durante gli interrogatori di Polizia nell’ambito del procedimento penale, che limita il diritto della reclamante ad avere una difesa efficace dei suoi diritti, non si fonda su una sufficiente base legale nella misura in cui si basa su delle “semplici” disposizioni di sicurezza emanate dalla Polizia cantonale e approvate dal Ministero pubblico.

Secondo l’art. 63 CPP, chi dirige il procedimento provvede a far mantenere la sicurezza, la tranquillità e l’ordine durante le udienze, Tale norma ha come scopo quello di permettere il corretto e sicuro svolgimento delle attività d’inchiesta allo scopo di evitare possibili rischi di collusione e di inquinamento delle prove, nonché quello di tutelare la non pubblicità della procedura preliminare (art. 69 cpv. 3 lett. a CPP).

Questa norma può rivelarsi una base legale sufficiente, non per un divieto “tout cour” d’utilizzazione di questi apparecchi, ma unicamente per disciplinarne l’uso, secondo le circostanze nel caso concreto.

Resta quindi possibile per il magistrato inquirente o per la Polizia prendere delle misure opportune per evitare abusi (ad esempio comunicazioni con terzi, registrazioni non autorizzate, ecc.), ma è necessario anche che venga permesso al patrocinatore di accedere agli atti digitalizzati del procedimento in corso.

Obbligo di richiedere la condanna nella valuta estera del debito

Quando si agisce in giustizia per un debito in valuta estera, la domanda di condanna va espressa nella medesima valuta.

Ancora in una sentenza dello scorso anno (TF 26 aprile 2017 4A_3/2016 consid. 4.1) il Tribunale federale ha infatti confermato che in caso di debiti contratti in valuta estera il creditore può unicamente pretendere dal debitore di essere tacitato nella valuta straniera stabilita (art. 84 cpv. 1 CO; DTF 134 III 151 consid. 2.2).

Di conseguenza, nel quadro di una procedura volta al riconoscimento di un credito espresso in valuta estera, il giudice può riconoscere solo il diritto al pagamento in quella valuta (DTF 134 III 151 consid. 2.4).

Chi si rivolge alle autorità giudiziarie elvetiche facendo valere un credito in valuta straniera deve pertanto pretenderne il pagamento in tale valuta, ritenuto che se (per sbaglio) postula invece un pagamento in franchi svizzeri, la petizione va respinta.

La tutela giurisdizionale per casi manifesti (art. 257): condizioni

La procedura sommaria dell’art. 257 CPC, quindi la tutela giurisdizionale per casi manifesti, costituisce un’alternativa alla procedura ordinaria o semplificata normalmente disponibile.

Il suo scopo è di offrire all’istante, nei casi manifesti, una via giudiziaria particolarmente semplice e rapida (sentenza del Tribunale federale 4A_420/2012 del 7 novembre 2012 consid. 4, in: SJ 2013 I 129).

Il giudice accorda tutela giurisdizionale in procedura sommaria se i fatti sono incontestati o immediatamente comprovabili (art. 257 cpv. 1 lett. a) e se la situazione giuridica è chiara (art. 257 cpv. 1 lett. b).

Quando non sonodate le condizioni per ottenere tutela giurisdizionale in procedura sommaria, il giudice non entra nel merito dell’istanza (art. 257 cpv. 3 CPC).

I fatti sono “immediatamente comprovabili” nel senso dell’art. 257 cpv. 1 lett. a CPC se possono essere accertati senza indugio e senza troppe spese.

L’istante deve recare la prova piena dei fatti sui quali fonda la pretesa, di regola mediante documenti (art. 254 cpv. 1 CPC).

Se il convenuto fa valere obiezioni o eccezioni motivate e concludenti che non possono essere risolte subito e che pos­sono far vacillare il convincimento del giudice, la procedura di tutela giurisdizionale nei casi manifesti va dichiarata inam­missibile (DTF 141 III 25 consid. 3.2, 138 III 621 con­sid. 5.1.1). 

Una situazione giuridica è “chiara” ai sensi dell’art. 257 cpv. 1 lett. b CPC se, sulla base di dottrina e giurispru­denza invalse, la conseguenza giuridica sia senz’altro ravvisabile dall’applicazione della legge e conduca a un risultato univoco.

Per contro, la situazione giuridica non è essere chiara se il convenuto solleva obiezioni o eccezioni motivate su cui il giudice non può statuire immediatamente o se l’applicazione di una norma richiede una decisione d’apprezzamento o di equità che tenga conto di tutte le circostanze del caso (DTF 141 III 25 consid. 3.2, 138 III 126 consid. 2.1.2; sentenza 4A_132/2015 dell’8 gennaio 2016, consid. 5 in: SJ 2016 I 229).

Comunque sia, il convenuto non può limitarsi a muovere obiezioni o eccezioni che potrebbero contraddire la liquidità della fattispecie o della situazione giuridica; deve addurre mezzi di difesa motivati e concludenti (sentenza del Tribunale federale 5A_19/2015 del 27 luglio 2016, consid. 2.1; I CCA sentenza inc. 11.2016.42 del 17 marzo 2017 consid. 5a).

Riassumendo, il giudice accorda tutela giurisdizionale in procedura sommaria se i fatti sono incontestati o immediatamente comprovabili e se la situazione giuridica è chiara (art. 257 cpv. 1 CPC).

Qualora non reputi date le condizioni per ottenere una tutela giurisdizionale in procedura sommaria, “il giudice non entra nel merito”, ovvero dichiara l’istanza irricevibile (art. 257 cpv. 3 CPC; DTF 140 III 315).

Il giudice, quando non reputi date le condizioni per ottenere una tutela giurisdizionale in procedura sommaria, non può invece respingere l’azione, l’istante conservando la possibilità di far valere i suoi diritti in una causa ordinaria davanti a un giudice munito di pieno potere cognitivo (I CCA sentenza inc. 11.2015.103 del 30 dicembre 2015 consid. 8 con rinvio a FF 2006 pag. 6724).

Da ciò discende che se si presenta appello contro una decisione emessa nell’ambito della tutela giurisdizionale per casi manifesti, perché non si ritiene che la situazione giuridica non era chiara, si deve chiedere di riformare la decisione nel senso di dichiarare inammissibile l’istanza.