Archivi categoria: Giurisprudenza in materia di diritto commerciale, penale e altro

La tutela giurisdizionale per casi manifesti (art. 257): condizioni

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La procedura sommaria dell’art. 257 CPC, quindi la tutela giurisdizionale per casi manifesti, costituisce un’alternativa alla procedura ordinaria o semplificata normalmente disponibile.

Il suo scopo è di offrire all’istante, nei casi manifesti, una via giudiziaria particolarmente semplice e rapida (sentenza del Tribunale federale 4A_420/2012 del 7 novembre 2012 consid. 4, in: SJ 2013 I 129).

Il giudice accorda tutela giurisdizionale in procedura sommaria se i fatti sono incontestati o immediatamente comprovabili (art. 257 cpv. 1 lett. a) e se la situazione giuridica è chiara (art. 257 cpv. 1 lett. b).

Quando non sonodate le condizioni per ottenere tutela giurisdizionale in procedura sommaria, il giudice non entra nel merito dell’istanza (art. 257 cpv. 3 CPC).

I fatti sono “immediatamente comprovabili” nel senso dell’art. 257 cpv. 1 lett. a CPC se possono essere accertati senza indugio e senza troppe spese.

L’istante deve recare la prova piena dei fatti sui quali fonda la pretesa, di regola mediante documenti (art. 254 cpv. 1 CPC).

Se il convenuto fa valere obiezioni o eccezioni motivate e concludenti che non possono essere risolte subito e che pos­sono far vacillare il convincimento del giudice, la procedura di tutela giurisdizionale nei casi manifesti va dichiarata inam­missibile (DTF 141 III 25 consid. 3.2, 138 III 621 con­sid. 5.1.1). 

Una situazione giuridica è “chiara” ai sensi dell’art. 257 cpv. 1 lett. b CPC se, sulla base di dottrina e giurispru­denza invalse, la conseguenza giuridica sia senz’altro ravvisabile dall’applicazione della legge e conduca a un risultato univoco.

Per contro, la situazione giuridica non è essere chiara se il convenuto solleva obiezioni o eccezioni motivate su cui il giudice non può statuire immediatamente o se l’applicazione di una norma richiede una decisione d’apprezzamento o di equità che tenga conto di tutte le circostanze del caso (DTF 141 III 25 consid. 3.2, 138 III 126 consid. 2.1.2; sentenza 4A_132/2015 dell’8 gennaio 2016, consid. 5 in: SJ 2016 I 229).

Comunque sia, il convenuto non può limitarsi a muovere obiezioni o eccezioni che potrebbero contraddire la liquidità della fattispecie o della situazione giuridica; deve addurre mezzi di difesa motivati e concludenti (sentenza del Tribunale federale 5A_19/2015 del 27 luglio 2016, consid. 2.1; I CCA sentenza inc. 11.2016.42 del 17 marzo 2017 consid. 5a).

Riassumendo, il giudice accorda tutela giurisdizionale in procedura sommaria se i fatti sono incontestati o immediatamente comprovabili e se la situazione giuridica è chiara (art. 257 cpv. 1 CPC).

Qualora non reputi date le condizioni per ottenere una tutela giurisdizionale in procedura sommaria, “il giudice non entra nel merito”, ovvero dichiara l’istanza irricevibile (art. 257 cpv. 3 CPC; DTF 140 III 315).

Il giudice, quando non reputi date le condizioni per ottenere una tutela giurisdizionale in procedura sommaria, non può invece respingere l’azione, l’istante conservando la possibilità di far valere i suoi diritti in una causa ordinaria davanti a un giudice munito di pieno potere cognitivo (I CCA sentenza inc. 11.2015.103 del 30 dicembre 2015 consid. 8 con rinvio a FF 2006 pag. 6724).

Da ciò discende che se si presenta appello contro una decisione emessa nell’ambito della tutela giurisdizionale per casi manifesti, perché non si ritiene che la situazione giuridica non era chiara, si deve chiedere di riformare la decisione nel senso di dichiarare inammissibile l’istanza.

 

Contratto di gestione patrimoniale – banca – responsabilità – ammontare del danno.

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Il contratto di gestione patrimoniale con una banca è retto dalle norme del mandato di cui agli art. 394 segg. CO (DTF 124 III 155 consid. 2b, 132 III 460 consid. 4.1; TF 31 agosto 2010 4A_484/2009 consid. 2; II CCA 4 giugno 2008 inc. n. 12.2005.174). Pertanto, il mandatario (ovvero la banca) è responsabile verso il mandante (ovvero il cliente) della buona e fedele esecuzione degli affari affidatigli (art. 398 cpv. 2 CO; DTF 131 III 377 consid. 4.1). La sua responsabilità di un mandatario soggiace, in generale, alle medesime regole di responsabilità del lavoratore nel rapporto di lavoro. La banca deve quindi eseguire diligentemente il compito e salvaguardare fedelmente gli interessi legittimi della controparte (art. 321a cpv. 1 CO).

La diligenza necessaria si valuta più severamente allorquando il mandatario fornisce servizi professionali contro rimunerazione e accetta di determinare lui stesso gli investimenti che verranno effettuati con i fondi del mandante (DTF 119 II 333 consid. 5a, 124 III 155 consid. 3a; II CCA 26 giugno 2013 inc. n. 12.2011.167, 4 novembre 2013 inc. n. 12.2012.122, 23 giugno 2015 inc. n. 12.1004.20, 2 marzo 2017 inc. n. 12.2015.129). 

In caso di gestione non conforme al contratto, il danno risarcibile consiste nella differenza tra il patrimonio del cliente a seguito di quella gestione e quello che sarebbe stato ipoteticamente conseguibile con una gestione corretta (cfr. TF 3 dicembre 2004 4C.18/2004 consid. 2 pubbl. in SZZP 2005 p. 174, 10 novembre 2006 4C.158/2006 consid. 4.3 e 4.4, 30 novembre 2006 4C.295/2006 consid. 5.2.2, 15 gennaio 2008 4A_351/2007 consid. 3.2.2, 14 dicembre 2012 4A_481/2012 consid. 3 pubbl. in SJ 2013 I p. 487; II CCA 24 agosto 2009 inc. n. 12.2008.122, 26 giugno 2013 inc. n. 12.2011.167, 4 novembre 2013 inc. n. 12.2012.122, 26 marzo 2015 inc. n. 12.2013.23, 23 giugno 2015 inc. n. 12.2014.20).

 

 

 

Doveri e responsabilità dell’esecutore testamentario – Modifiche di valore relative ai beni della successione dopo la morte

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L’esecutore testamentario ha il compito di far rispettare la volontà del defunto amministrando la successione, pagandone i debiti, soddisfacendo i legati e procedendo alla divisione in conformità alle disposizioni del testatore stesso o secondo la legge (art. 518 cpv. 1 e 2 CC). La responsabilità dell’esecutore testamentario è retta per analogia dalle norme sul mandato (art. 394 segg. CO) e, sussidiariamente, dagli art. 97 segg. CO (DTF 101 II 53 consid. 2).

Per gli atti compiuti quale esecutore testamentario, egli è quindi personalmente responsabile così verso gli eredi della fedele e diligente esecuzione degli affari affidatigli (art. 398 cpv. 2 CO), come pure degli eventuali pregiudizi loro cagionati.

In una causa, gli eredi che si ritengono danneggiati devono dimostrare che l’esecutore testamentario ha mancato ai propri doveri (provando l’esistenza di un danno e di un nesso causale tra l’agire dell’esecutore testamentario e il danno, mentre spetta all’esecutore testamentario comprovare un’assenza di colpa (DTF 101 II 53 consid. 2).

Si noti anche che un mandatario professionale ha un obbligo di diligenza accresciuto.

Chiaramente, rientra tra i doveri di un esecutore testamentario quello di dividere correttabente i beni dlla successione.

Pertanto, se l’esecutore testamentario stimi erroneamente il valore di un attivo o un passivo della successione, consegni un legato non ancora esigibile, dimentichi di integrare un bene nel progetto di divisione oppure proceda d’ufficio alla spartizione ereditaria sulla base di una sua decisione senza il consenso degli eredi o senza autorizzazione giudiziaria, egli viene meno ai propri doveri di diligenza e di fedeltà.

Sulla questone del valore determinante dei beni e di chi deve beneficiare di una modifica dei valori dei beni intervenute tra la morte e la divisione dell’eredità, si osserva quanto segue.

Gli eredi partecipano alle modifiche di valore relative ai beni della successione intervenute fra la morte del disponente e la liquidazione dell’eredità qunando il disponente medesimo abbia prescritto la divisione mediante la formazione di lotti, come quando riduce un erede alla porzione legittima.

Diversa è invece la situazione qualora le modifiche di valore riguardino un bene determinato, cioè un legato (art. 484 cpv. 2 CC). In circostanze del genere quel bene va consegnato al legatario con le sue deteriorazioni e con i suoi accrescimenti, libero o gravato, nello stato e nelle condizioni in cui si trova all’apertura della successione (art. 485 cpv. 1 CC).

Contratto di trasporto – Responsabilità del vetturale (trasportatore)

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In una sentenza del 24 aprile 2016, il Tribunale d’appello ha affrontato un caso riguardante la responsabilità di un trasportatore per i danni subiti da dei mobili trasportati.
Il tribunale ha ricordato avantutto che, secondo l’art. 452 CO, il ricevimento senza riserva della merce e il pagamento del prezzo di trasporto estinguono ogni azione contro il vetturale, salvo il caso di dolo o colpa grave (cpv. 1). Il trasportatore continua però ad essere responsabile dei danni non riconoscibili esteriormente se il destinatario li constata nel termine in cui, giusta le circostanze, la verifica era possibile, o doveva essere fatta, e notifica ciò al vetturale subito dopo la constatazione (cpv. 2), ritenuto che questa notifica
Esso ha pure ricordato che, affinché il trasportatore possa essere tenuto a risarcire il mandante dei danni da lui subiti (giusta l’art. 448 cpv. 1 CO, che rinvia all’art. 447 cpv. 1 CO) è tuttavia ancora necessario chiarire se al medesimo possa essere riconosciuta una responsabilità per il danneggiamento degli oggetti trasportati,
E’ quindi necessario stabilire se gli oggetti non fossero eventualmente già danneggiati prima del trasporto, se fossero danneggiati dopo lo stesso e se il danneggiamento può essere imputato al trasportatore.
Si osserva in particolare che è il trasportatore che, se del caso, deve provare che gli oggetti erano già danneggiati rispettivamente dimostrare che il danneggiamento è eventualmente causato da un vizio naturale della merce, da colpa o istruzioni della controparte o ancora da circostanze che non avrebbero potuto essere evitate da un vetturale diligente (art. 447 cpv. 1 CO).

Proprietà per piani (PPP): contestazione di delibera assembleare (ripartizione delle spese relative a un impianto condominiale)

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Ogni comproprietario ha la facoltà di contestare davanti al giudice, entro un mese da quando ne ha avuto conoscenza, le risoluzioni assembleari cui egli non abbia consentito (art. 712mcpv. 2 combinato con l’art. 75 CC).

Va detto che la comunione dei comproprietari è libera nella formazione della sua volontà e non spetta al giudice limitarne l’autonomia, se non per far rispettare norme legali o regolamentari.

Pertanto, una decisione dell’assemblea incorre nell’annullamento solo ove violi prescrizioni di legge formali o sostanziali, oppure principi giuridici generali (come il divieto dell’abuso di diritto o dell’eccesso di potere, il precetto della parità di trattamento o la protezione della personalità) oppure disposizioni convenzionali che disciplinano la proprietà per pia­ni (l’atto costitutivo, il regolamento per l’amministrazione e l’uso, il regolamento della casa, il regolamento del fondo di rinnovazione ecc.).

Il fatto che una risoluzione sia inadeguata, insoddisfacente, inopportuna o finanche iniqua non basta ancora, invece, per giustificarne l’annullamento. Non tocca al giudice sostituirsi, in simili casi, alla volontà della comunione dei comproprietari.

Con riferimento alla questione del riparto delle spese, l’art. 712h cpv. 1 CC prevede che i comproprietari devono contribuire agli oneri comuni e alle spese di amministrazione co­muni propor­zionalmente al valore delle loro quote.

Ciò vale, segnatamente, per le riparazioni e le rinnovazioni di parti comuni del­l’edificio, delle opere e impianti comuni (art. 712h cpv. 2 n. 1 CC).

Se tuttavia si tratta di parti dell’edificio, di opere o d’impianti che non servono o servono minimamente a taluni comproprietari, ne deve tenere conto nella ripartizione delle spese (art. 712h cpv. 3 CC).

L’art. 712h cpv. 1 CC ha carattere dispositivo, nel senso che una diversa chiave di riparto può risultare dall’atto costitutivo della proprietà per piani, dal regolamento per l’uso e l’amministrazione del condominio (art. 712gcpv. 3 CC) o da una risoluzione del­l’assemblea (art. 712m cpv. 1 n. 4 CC), purché rispetti l’art. 712h cpv. 3 CC, il quale ha natura imperativa.

Condizioni per il riconoscimento di un’indennità per torto morale dopo infortunio

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Affinché venga riconosciuta un’indennità per torto morale, in caso di lesione corporale, è necessario che siano date circostanze particolari.

Al danneggiato non viene di conseguenza sempre riconosciuto un risarcimento, ancora essendo necessaria l’esistenza di particolari circostanze che lo giustifichino.

Nell’ambito della lesione della personalità (art. 49 CO), il Tribunale federale ha stabilito che per fondare una pretesa a titolo di torto morale la parte lesa deve provare le circostanze soggettive dalle quali si può dedurre, dalla grave lesione oggettiva subita, la sua sofferenza morale.

Non basta in particolare che in base alla comune esperienza una violazione della personalità possa comportare una certa sofferenza (DTF 120 II 98 consid.2b).

Certo, la prova di una sofferenza morale è difficilmente dimostrabile (SJ 1995 352), ma ciò non dispensa il richiedente dal sostenere e circostanziare tale sentimento (DTF 120 II 98 consid. 2b).

Le lesioni corporali, fisiche o psichiche che siano, devono comportare, di principio, un importante dolore fisico o morale, oppure aver causato una lesione durevole della salute.

Un lungo periodo di sofferenza e d’incapacità al lavoro, oppure dei danni psichici importanti, quali uno stato post-traumatico con modifica durevole della personalità, possono giustificare il riconoscimento di un’indennità.

Qualora, invece, si tratta di una lesione temporanea, essa deve essere grave, comportante, per esempio, un’esposizione al rischio di morte, una lunga ospedalizzazione oppure dei dolori particolarmente intensi.

Discriminazione salariale: onere della prova e termine di prescrizione

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In una recente sentenza destinata alla pubblicazione, il Tribunale ha trattato un caso di una pretesa fondata sulla discriminazione salariale secondo l’art. 8 Cost.

Ora, va in primo luogo rammentato che l’art. 8 della Costituzione federale sottolinea, al capoverso 3, che uomo e donna hanno uguali diritti. Al proposito, la medesima norma specifica pure che uomo e donna hanno diritto a un salario uguale  se svolgono un lavoro di uguale valore.

Nella sua sentenza del 24 marzo 2016 (inc. 8C_376/2015), il Tribunale federale indica che le pretese fondate sulla discriminazione salariale si prescrivono nel termine di 5 anni (secondo l’art. 128 CO).

La nostra massima istanza giudiziaria, per quanto attiene all’onere della prova, indica che l’istante deve “rendere verosimile” l’esistenza della discriminazione salariale. Se la stessa è resa verosimile, incombe al datore di lavoro dimostrare che la differenza salariale si fonda su dei motivi oggettivi.

 

Reato penale di truffa: quando è dato il requisito dell’inganno astuto?

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Secondo l’art. 146 cpv. 1 CP, è colpevole del reato di truffa chi inganna con astuzia una persona affermando cose false o dissimulando cose vere, oppure ne conferma subdolamente l’errore inducendola in tal modo ad atti pregiudizievoli al patrimonio proprio o altrui, per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto.

Il requisito dell’inganno astuto è adempiuto quando l’autore architetta un tessuto di menzogne oppure fa capo a particolari manovre fraudolente o ad artifici, come pure quando rilascia false indicazioni la cui verifica è impossibile, difficile o non ragionevolmente esigibile dalla controparte, oppure quando impedisce alla controparte di verificare o prevede che la controparte rinuncerà a verificare in virtù di uno specifico rapporto di fiducia.

Non è quindi adempiuto il requisito dell’inganno astuto, e non vi è il reato di truffa, quando la vittima avrebbe potuto evitare l’inganno con un minimo d’attenzione o di prudenza.

Perché ci sia truffa non è per contro necessario che la vittima abbia dato prova della più grande diligenza e che abbia fatto ricorso a tutte le misure di prudenza possibili.

Il punto, quindi, non è di sapere se la vittima ha fatto tutto ciò che poteva per evitare di essere ingannata, poiché l’astuzia è esclusa soltanto quando la vittima è corresponsabile del danno poiché non ha fatto uso delle misure di prudenza elementari imposte dalle circostanze.

Il Tribunale federale ha ad esempio negato il presupposto dell’inganno astuto in un caso in cui la vittima era una banca che avrebbe potuto scoprire l’inganno se si fosse attenuta alle più elementari misure di prudenza (DTF 119 IV 28).

Per contro, il medesimo Tribunale federale ha ritenuto che il requisito era adempiuto nel caso di una vittima, un disabile psichico, che non poteva riconoscere una frode normalmente ravvisabile da terze persone, come anche nel caso di un autore che aveva approfittato finanziariamente di connazionali inesperti, in stato di dipendenza, di subordinazione e di bisogno (DTF 120 IV 186).

In altri termini, non si tratta di verificare se una persona di media esperienza o capacità sarebbe stata in grado di subodorare la frode, bensì di esaminare le circostanze concrete del caso.

Si aggiunga che il principio secondo cui alla vittima incombe un certo dovere di prudenza non ha lo scopo di elevare particolarmente la soglia dell’astuzia e incoraggiare l’impunità di coloro che ricorrono alla frode confidando che il giudice li prosciolga in base a una sempre esistente possibilità astratta di verifica o controllo.

Il principio va quindi applicato dando prova di rigore e di prudenza ritenuto, peraltro, che un’attitudine sconsiderata della vittima può essere d’ostacolo al riconoscimento dell’inganno astuto soltanto nel caso in cui essa non si trovi in una condizione di inferiorità rispetto all’autore. Decisiva, al proposito, è la situazione concreta, segnatamente l’esigenza di protezione della vittima, nella misura in cui l’autore ne conosce i limiti e li sfrutta a suo favore.

Nullità del contratto; doppia intermediazione di compravendita immobiliare; decadenza del diritto alla retribuzione.

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In una recente sentenza pubblicata, il Tribunale federale si è chinato sulla questione della doppia intermediazione immobiliare.

Al proposito, la nostra massima istanza giudiziaria ha considerato quanto segue.

Nel settore immobiliare, il mediatore che conclude il contratto non solo con il venditore di un immobile, ma anche con l’acquirente, si trova inevitabilmente in una situazione di conflitto di interessi, poiché è portato a difendere interessi contrapposti.

Infatti, o favorisce gli interessi finanziari di una parte, oppure di quell’altra, o i propri, di modo che egli viola il suo dovere di lealtà nei confronti di uno o dell’altro mandatario (art. 412 CO che si riferisce all’398. al 2 CO).

La doppia intermediazione immobiliari rientra quindi nell’ambito dell’art. 415 in fine CO, ciò che comporta la nullità di entrambi i contratti di intermediazione e quindi la perdita del diritto alla commissione con riferimento ad entrambi i contratti.

Ipoteca legale degli artigiani: necessità di un titolo esecutivo per realizzare il pegno

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L’art. 837 cpv. 1 n. 3 consente di ottenere la costituzione di un’ipo­teca legale per crediti di artigiani o imprenditori che avessero for­nito materiali e lavori, o lavoro soltanto, per una costruzione o per altre opere su un determinato fondo.

Quest’azione non tende al­l’accertamento del credito (di cui è debitore il committente del­l’opera), ma soltanto a far iscrivere nel registro fondiario un pegno per una certa somma in garanzia di quel credito (DTF 126 III 474 consid. d).

55 (DTF 138 III 134 consid. 4.2).

L’azione volta all’iscrizione di un’ipoteca legale può essere introdotta nei confronti del proprietario del fondo contestualmente all’azione creditoria nei confronti del committente dell’opera: in tal caso il giudice adito con l’azione creditoria statuisce anche sull’azione ipotecaria.