Archivi categoria: Giurisprudenza in materia di diritto commerciale, penale e altro

Proprietà per piani (PPP): contestazione di delibera assembleare (ripartizione delle spese relative a un impianto condominiale)

Ogni comproprietario ha la facoltà di contestare davanti al giudice, entro un mese da quando ne ha avuto conoscenza, le risoluzioni assembleari cui egli non abbia consentito (art. 712mcpv. 2 combinato con l’art. 75 CC).

Va detto che la comunione dei comproprietari è libera nella formazione della sua volontà e non spetta al giudice limitarne l’autonomia, se non per far rispettare norme legali o regolamentari.

Pertanto, una decisione dell’assemblea incorre nell’annullamento solo ove violi prescrizioni di legge formali o sostanziali, oppure principi giuridici generali (come il divieto dell’abuso di diritto o dell’eccesso di potere, il precetto della parità di trattamento o la protezione della personalità) oppure disposizioni convenzionali che disciplinano la proprietà per pia­ni (l’atto costitutivo, il regolamento per l’amministrazione e l’uso, il regolamento della casa, il regolamento del fondo di rinnovazione ecc.).

Il fatto che una risoluzione sia inadeguata, insoddisfacente, inopportuna o finanche iniqua non basta ancora, invece, per giustificarne l’annullamento. Non tocca al giudice sostituirsi, in simili casi, alla volontà della comunione dei comproprietari.

Con riferimento alla questione del riparto delle spese, l’art. 712h cpv. 1 CC prevede che i comproprietari devono contribuire agli oneri comuni e alle spese di amministrazione co­muni propor­zionalmente al valore delle loro quote.

Ciò vale, segnatamente, per le riparazioni e le rinnovazioni di parti comuni del­l’edificio, delle opere e impianti comuni (art. 712h cpv. 2 n. 1 CC).

Se tuttavia si tratta di parti dell’edificio, di opere o d’impianti che non servono o servono minimamente a taluni comproprietari, ne deve tenere conto nella ripartizione delle spese (art. 712h cpv. 3 CC).

L’art. 712h cpv. 1 CC ha carattere dispositivo, nel senso che una diversa chiave di riparto può risultare dall’atto costitutivo della proprietà per piani, dal regolamento per l’uso e l’amministrazione del condominio (art. 712gcpv. 3 CC) o da una risoluzione del­l’assemblea (art. 712m cpv. 1 n. 4 CC), purché rispetti l’art. 712h cpv. 3 CC, il quale ha natura imperativa.

Condizioni per il riconoscimento di un’indennità per torto morale dopo infortunio

Affinché venga riconosciuta un’indennità per torto morale, in caso di lesione corporale, è necessario che siano date circostanze particolari.

Al danneggiato non viene di conseguenza sempre riconosciuto un risarcimento, ancora essendo necessaria l’esistenza di particolari circostanze che lo giustifichino.

Nell’ambito della lesione della personalità (art. 49 CO), il Tribunale federale ha stabilito che per fondare una pretesa a titolo di torto morale la parte lesa deve provare le circostanze soggettive dalle quali si può dedurre, dalla grave lesione oggettiva subita, la sua sofferenza morale.

Non basta in particolare che in base alla comune esperienza una violazione della personalità possa comportare una certa sofferenza (DTF 120 II 98 consid.2b).

Certo, la prova di una sofferenza morale è difficilmente dimostrabile (SJ 1995 352), ma ciò non dispensa il richiedente dal sostenere e circostanziare tale sentimento (DTF 120 II 98 consid. 2b).

Le lesioni corporali, fisiche o psichiche che siano, devono comportare, di principio, un importante dolore fisico o morale, oppure aver causato una lesione durevole della salute.

Un lungo periodo di sofferenza e d’incapacità al lavoro, oppure dei danni psichici importanti, quali uno stato post-traumatico con modifica durevole della personalità, possono giustificare il riconoscimento di un’indennità.

Qualora, invece, si tratta di una lesione temporanea, essa deve essere grave, comportante, per esempio, un’esposizione al rischio di morte, una lunga ospedalizzazione oppure dei dolori particolarmente intensi.

Discriminazione salariale: onere della prova e termine di prescrizione

In una recente sentenza destinata alla pubblicazione, il Tribunale ha trattato un caso di una pretesa fondata sulla discriminazione salariale secondo l’art. 8 Cost.

Ora, va in primo luogo rammentato che l’art. 8 della Costituzione federale sottolinea, al capoverso 3, che uomo e donna hanno uguali diritti. Al proposito, la medesima norma specifica pure che uomo e donna hanno diritto a un salario uguale  se svolgono un lavoro di uguale valore.

Nella sua sentenza del 24 marzo 2016 (inc. 8C_376/2015), il Tribunale federale indica che le pretese fondate sulla discriminazione salariale si prescrivono nel termine di 5 anni (secondo l’art. 128 CO).

La nostra massima istanza giudiziaria, per quanto attiene all’onere della prova, indica che l’istante deve “rendere verosimile” l’esistenza della discriminazione salariale. Se la stessa è resa verosimile, incombe al datore di lavoro dimostrare che la differenza salariale si fonda su dei motivi oggettivi.

 

Reato penale di truffa: quando è dato il requisito dell’inganno astuto?

Secondo l’art. 146 cpv. 1 CP, è colpevole del reato di truffa chi inganna con astuzia una persona affermando cose false o dissimulando cose vere, oppure ne conferma subdolamente l’errore inducendola in tal modo ad atti pregiudizievoli al patrimonio proprio o altrui, per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto.

Il requisito dell’inganno astuto è adempiuto quando l’autore architetta un tessuto di menzogne oppure fa capo a particolari manovre fraudolente o ad artifici, come pure quando rilascia false indicazioni la cui verifica è impossibile, difficile o non ragionevolmente esigibile dalla controparte, oppure quando impedisce alla controparte di verificare o prevede che la controparte rinuncerà a verificare in virtù di uno specifico rapporto di fiducia.

Non è quindi adempiuto il requisito dell’inganno astuto, e non vi è il reato di truffa, quando la vittima avrebbe potuto evitare l’inganno con un minimo d’attenzione o di prudenza.

Perché ci sia truffa non è per contro necessario che la vittima abbia dato prova della più grande diligenza e che abbia fatto ricorso a tutte le misure di prudenza possibili.

Il punto, quindi, non è di sapere se la vittima ha fatto tutto ciò che poteva per evitare di essere ingannata, poiché l’astuzia è esclusa soltanto quando la vittima è corresponsabile del danno poiché non ha fatto uso delle misure di prudenza elementari imposte dalle circostanze.

Il Tribunale federale ha ad esempio negato il presupposto dell’inganno astuto in un caso in cui la vittima era una banca che avrebbe potuto scoprire l’inganno se si fosse attenuta alle più elementari misure di prudenza (DTF 119 IV 28).

Per contro, il medesimo Tribunale federale ha ritenuto che il requisito era adempiuto nel caso di una vittima, un disabile psichico, che non poteva riconoscere una frode normalmente ravvisabile da terze persone, come anche nel caso di un autore che aveva approfittato finanziariamente di connazionali inesperti, in stato di dipendenza, di subordinazione e di bisogno (DTF 120 IV 186).

In altri termini, non si tratta di verificare se una persona di media esperienza o capacità sarebbe stata in grado di subodorare la frode, bensì di esaminare le circostanze concrete del caso.

Si aggiunga che il principio secondo cui alla vittima incombe un certo dovere di prudenza non ha lo scopo di elevare particolarmente la soglia dell’astuzia e incoraggiare l’impunità di coloro che ricorrono alla frode confidando che il giudice li prosciolga in base a una sempre esistente possibilità astratta di verifica o controllo.

Il principio va quindi applicato dando prova di rigore e di prudenza ritenuto, peraltro, che un’attitudine sconsiderata della vittima può essere d’ostacolo al riconoscimento dell’inganno astuto soltanto nel caso in cui essa non si trovi in una condizione di inferiorità rispetto all’autore. Decisiva, al proposito, è la situazione concreta, segnatamente l’esigenza di protezione della vittima, nella misura in cui l’autore ne conosce i limiti e li sfrutta a suo favore.

Nullità del contratto; doppia intermediazione di compravendita immobiliare; decadenza del diritto alla retribuzione.

In una recente sentenza pubblicata, il Tribunale federale si è chinato sulla questione della doppia intermediazione immobiliare.

Al proposito, la nostra massima istanza giudiziaria ha considerato quanto segue.

Nel settore immobiliare, il mediatore che conclude il contratto non solo con il venditore di un immobile, ma anche con l’acquirente, si trova inevitabilmente in una situazione di conflitto di interessi, poiché è portato a difendere interessi contrapposti.

Infatti, o favorisce gli interessi finanziari di una parte, oppure di quell’altra, o i propri, di modo che egli viola il suo dovere di lealtà nei confronti di uno o dell’altro mandatario (art. 412 CO che si riferisce all’398. al 2 CO).

La doppia intermediazione immobiliari rientra quindi nell’ambito dell’art. 415 in fine CO, ciò che comporta la nullità di entrambi i contratti di intermediazione e quindi la perdita del diritto alla commissione con riferimento ad entrambi i contratti.

Ipoteca legale degli artigiani: necessità di un titolo esecutivo per realizzare il pegno

L’art. 837 cpv. 1 n. 3 consente di ottenere la costituzione di un’ipo­teca legale per crediti di artigiani o imprenditori che avessero for­nito materiali e lavori, o lavoro soltanto, per una costruzione o per altre opere su un determinato fondo.

Quest’azione non tende al­l’accertamento del credito (di cui è debitore il committente del­l’opera), ma soltanto a far iscrivere nel registro fondiario un pegno per una certa somma in garanzia di quel credito (DTF 126 III 474 consid. d).

55 (DTF 138 III 134 consid. 4.2).

L’azione volta all’iscrizione di un’ipoteca legale può essere introdotta nei confronti del proprietario del fondo contestualmente all’azione creditoria nei confronti del committente dell’opera: in tal caso il giudice adito con l’azione creditoria statuisce anche sull’azione ipotecaria.

Condizioni per il riconoscimento di un’indennità per torto morale

L’art. 49 cpv. 1 CO subordina il versamento di un’indennità per torto morale – fra l’altro – all’esistenza di una lesione della personalità che dev’essere oggettivamente e soggettivamente grave (Brehm in: Berner Kommentar, 2ª edizione, n. 19 segg. ad art. 49 CO con riferimenti).

Un’indennità per riparazione del torto morale può quindi essere pretesa solo quando le sofferenze subite dal richiedente superino per intensità quelle che, secondo le concezioni abituali, una persona dev’essere in grado di sopportare senza rivolgersi al giudice (FF 1982 II 671 n. 272).

D’altro canto, il versamento di una somma in denaro è la regola: ess0 si giustifica solo qualora all’offesa non possa rimediarsi altrimenti (l’art. 49 cpv. 1 CO).

Il richiedente deve quindi richie­dente al­legare e dimostrare le circostanze dalle quali si desume, per la grave lesione patita, la sua personale sofferenza (RtiD II-2004 pag. 527 consid. 7).

Responsabilità civile dello Stato – Perenzione delle pretese

Il Tribunale d’appello si è recentemente chinato sulla questione della perenzione delle pretese nei confronti dello Stato, osservando in particolare quanto segue:

  • La Legge sulla responsabilità dello Stato prevede l’adempimento, da parte di chi vuole ottenere un risarcimento dall’ente pubblico, di precisi atti formali da compiersi entro termini altrettanto precisi la cui inosservanza comporta la perenzione della pretesa.
  • Chi pretende il risarcimento del danno deve, prima di promuovere l’azione giudiziaria, notificare la propria pretesa (art. 19 cpv. 1 Lresp) nel termine di un anno dal giorno in cui ha conosciuto il danno (art. 25 cpv. 1 Lresp) e l’ente pubblico deve pronunciarsi entro tre mesi, ritenuto che il silenzio vale quale risposta negativa (art. 19 cpv. 2 Lresp).
  • L’azione giudiziaria del danneggiato deve poi essere promossa entro sei mesi dalla risposta dell’autorità (art. 25 cpv. 2 Lresp).
  • In analogia con i criteri sviluppati in applicazione dell’art. 60 cpv. 1 CO in tema di prescrizione dell’azione di riparazione, il termine di perenzione comincia a decorrere da quando il creditore conosce l’esistenza, la natura e gli elementi del danno, in modo da poter fondare e motivare con successo un’azione giudiziaria.

Esigenze di motivazione dell’appello: riprodurre, in tutto in parte, le conclusioni!

Per quanto attiene alle esigenze di motivazione dell’appello, ancora recentemente il Tribunale d’appello ha ricordato che non serve a nulla riproporre  la propria interpretazione dei fatti, limitandosi a riprodurre, in tutto o in parte, le conclusioni senza confrontarsi compiutamente con le argomentazioni del Pretore.

Tale modo di procedere è infatti inammissibile in seconda sede, e non soddisfa quindi le esigenze di motivazione dell’appello, poiché l’atto di appello deve confrontarsi criticamente con la decisione impugnata spiegando per quali ragioni di fatto e di diritto la stessa sarebbe errata e con ciò da riformare (Reetz/Theiler, in: Sutter-Somm/Hasenböhler/ Leuenberger, ZPO Kommentar, 2ª ed., n. 36 ad art. 311; ZPO-Rechtsmittel-Kunz, n. 92 ad art. 311; TF 7 dicembre 2011 4A_659/2011 consid. 4; II CCA 25 novembre 2014 inc. n. 12.2013.111 consid. 5), fermo restando che la semplice trascrizione nell’appello delle conclusioni di causa o di altri allegati di prima istanza oppure anche solo la riproduzione di ampi stralci degli stessi non costituisce una sufficiente motivazione d’appello secondo l’art. 311 cpv. 1 CPC (DTF 138 III 374 consid. 4.3.1; II CCA 25 novembre 2014 inc. n. 12.2013.111 consid. 5; Cocchi/Trezzini/ Bernasconi, Commentario al Codice di diritto processuale civile svizzero, p. 1367).

Pertanto, le ampie citazioni tratte dall’allegato conclusionale concernenti i fatti rendono le corrispondenti parti dell’appello irricevibili (appello pag. 2 – 4, punti da 1 a 4), poiché non conformi ai requisiti posti dall’art. 311 cpv. 1 CPC

Sentenza estera quale valido titolo di rigetto definitivo dell’opposizione

La Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello ha recentemente accertato che una sentenza estera che condanna al pagamento di una provvisionale costituisce un valido titolo di rigetto definitivo dell’opposizione.

In virtù dell’art. 81 cpv. 1 LEF l’escusso può opporsi al rigetto definitivo ove provi con documenti che dopo la sentenza il debito è stato estinto o il termine per il pagamento è stato prorogato ovvero dimostri che è prescritto.

Sono ammissibili solo le eccezioni esplicitamente sollevate e dimostrate con documenti assolutamente chiari ed univoci (“mit völ­lig eindeutigen Urkunden”, cfr. DTF 115 III 100; sentenza della CEF 14.2004.101 del 27 gennaio 2005, consid. 5, con rimandi).

A differenza di quanto vale per il rigetto provvisorio (art. 82 cpv. 2 LEF), non è sufficiente rendere l’estinzione del credito semplicemente verosimile: il titolo di rigetto definitivo (art. 81 cpv. 1 LEF) creando la presunzione che il debito esiste, essa può essere rovesciata soltanto con la prova rigorosa del contrario.

Non spetta al giudice del rigetto, d’altronde, statuire su questioni giuridiche delicate o per la cui soluzione il potere d’apprezzamento gioca un ruolo importante (ad es. abuso di diritto, violazione delle regole della buona fede), la decisione al riguardo essendo riservata al giudice del merito (DTF 124 III 503 consid. 3a).