Le misure a protezione dell’unione coniugale

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Attualmente, dopo l’introduzione del nuovo diritto del divorzio, le cosiddette misure a protezione dell’unione coniugale sono principalmente atte a regolamentare la vita durante il periodo di separazione biennale che un coniuge, in assenza di accordo dell’altro coniuge quantomeno sul principio del divorzio, deve attendere prima di poter introdurre un’azione unilaterale.

Nell’ambito delle Misure a protezione dell’unione coniugale, il giudice adito deve disciplinare la vita separata stabilendo ad esempio

In effetti, l’art. 176 CC prevede che, ove sia giustificata la sospensione della comunione domestica, a istanza di uno dei coniugi il giudice stabilisca i contributi pecuniari dell’uno in favore dell’altro (cpv. 1 n. 1) ed emani le misure riguardanti l’abitazione e le suppellettili domestiche (cpv. 1 n. 2). Il criterio per la definizione dei “contributi pecuniari” fra coniugi riprende quello provvisionale dell’art. 137 cpv. 2 CC inerente alle cause di stato. L’ammontare dei contributi si cal­cola quindi in base al riparto dell’eccedenza mensile – di regola a metà – una volta dedotto dal reddito familiare il fabbisogno dei coniugi e dei figli minorenni (DTF 121 III 302 consid. 5b, 123 III 1; Schwander, op. cit. , n. 4 ad art 176; Hausheer/Reus­ser/Geiser in: Berner Kommentar, edizione 1999, n. 26 ad art. 176 CC). In caso di ammanco, il debitore del contributo ha diritto di conservare l’equivalente del proprio fabbisogno minimo (DTF 127 III 70 consid. 2c con rinvii). Quanto al fabbisogno dei coniugi, esso si determina in base al minimo esistenziale del diritto esecutivo, cui vanno aggiunte le spese correnti della famiglia, in particolare i premi della cassa malati e delle assicurazioni domestiche, come pure gli oneri fiscali.