Contributo di mantenimento per un figlio maggiorenne in formazione

Sulla questione del contributo di mantenimento per un figlio maggiorenna in formazione, in una sentenza dell’11 gennaio 2017 la prima Camera civile del Tribunale d’appello ha deciso quanto segue: un figlio maggiorenne che può sopperire al suo fabbisogno minimo con il proprio reddito e gli assegni familiari (“di formazione”) non può pretendere contributi alimentari in aggiunta.

Va anche osservato che in questo caso il padre si opponeva al versamento di qualsivoglia contributo di mantenimento perché il figlio rifiutava qualsiasi contatto.

La questione è però delicata: se è vero che, di principio, un genitore non può essere tenuto a sostentare un figlio maggiorenne con cui non abbia alcun rapporto per volontà esclu­siva del figlii, il problema è in questi casi che l’esistenza di una responsabilità esclusiva di un figlio difficilmente può essere dimostrata.

A che condizioni vi è un diritto di mantenimento per i figli maggiorenni?

Secondo l’art. 277 CC, l’obbligo di mantenimento dura fino alla maggiore età del figlio.

Il capoverso 2 dell’art. 277 CC prevede però che se, raggiunta la maggiore età, il figlio non ha ancora una formazione appropriata, i genitori, per quanto si possa ragionevolmente pretendere da loro dato l’insieme delle circostanze, devono continuare a provvedere al suo mantenimento fino al momento in cui una simile formazione possa normalmente concludersi.

Il diritto al contributo di mantenimento per maggiorenni presuppone che il figlio concluda la sua prima formazione entro i termini usualmente previsti. Di regola, la formazione non si protrae in modo eccessivo a causa di insuccessi occasionali o brevi periodi di inattività, nella misura in cui il figlio mostra una buona volontà di accelerare la formazione e possa dimostrare dei successi. Anche un figlio che per un certo periodo è stato economicamente indipendente e abbia cessato l’attività lucrativa per iniziare una prima formazione ha diritto al contributo di mantenimento per maggiorenni, qualora i piani di formazione erano stabiliti quantomeno a grandi linee prima del raggiungimento della maggiore età.

Spesso i genitori si chiedono se può essere imposto loro di versare dei contributi di mantenimento a un figlio maggiorenne anche qualora essi non riescano ad avere contatti con il figlio. Secondo giurisprudenza, un genitore può negare contributi di mantenimento a un figlio solo se la mancanza di relazioni con il medesimo va ascritta a colpa esclusiva del figlio (RtiD I-2015 pag. 883 n. 14c con numerosi riferimenti e la successiva sentenza del Tribunale federale 5A_182/2014 del 12 dicembre 2014 fra le stesse parti, consid. 3.2; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2013.14 del 31 agosto 2015, consid. 7).

In altri termini, il figlio deve avere provocato l’interruzione dei rapporti personali con il suo rifiuto ingiustificato di intrattenerne, con il suo contegno particolarmente litigioso oppure con la sua ostilità profonda. Il comportamento di un figlio nei confronti di un genitore divorziato, quand’anche oggettivamente riprovevole, va apprezzato con prudenza, dovendosi tenere conto delle emozioni che il divorzio dei genitori suscita nel figlio e delle tensioni che ne derivano. Più il figlio cresce, tuttavia, meno la cautela si giustifica. Se il figlio persiste nel proprio atteggiamento di rifiuto anche dopo la maggiore età, ciò può assurgere a colpa.

La cessazione dei contatti con l’obbligato al versamento del contributo di mantenimento può quindi portare al rifiuto, rispettivamente alla riduzione dei contributi di mantenimento, nella misura in cui il beneficiario dei contributi può esserne reso unilateralmente responsabile.